Cus Milano, tornano i ragazzi «tosti» del ’58

Un tuffo nel passato con le gambe sotto il tavolo, tra le rovine di quello che era il “diamante” più brillante d’Italia e oggi è solo un campo malandato di periferia, appesantito dagli anni e dall’incuria del Comune e di chi lo gestisce. Metti un sabato a tavola con un gruppo di attempati signori, l’Angelo (Novali), il Giancarlo (Folli), il Guido (Redaelli), l’Andrea (Goldstein), il Bob (Gandini) - chiamato così perché era andato a giocare in America, sognando l’avventura tra i professionisti - il Mario (De Muro), che è venuto apposta da Modena, e qualche altro “ragazzo del ’58”, ovvero i giocatori del Cus Milano che vinsero il loro primo campionato di baseball esattamente cinquant’anni fa.
Gente tosta, che ha saputo resistere agli anni che passano molto meglio del loro stadio, il Kennedy, a due passi da San Siro eppure a due secoli dalla modernità della Scala del calcio. Qualcuno va ancora in campo, come Novali e Folli, ad allenare la squadra dei ciechi, sì proprio non vedenti che giocano a baseball sfidando tutte le leggi del coraggio e della logica. Qualcun altro fa solamente il nonno, ma tutti hanno in comune tanti scudetti conquistati in questo sport un po’ bistrattato e un po’ dimenticato (Angelo Novali ha vinto tutti e otto quelli arrivati a Milano tra il 1958 e il 1970), e molti hanno anche tante maglie azzurre nell’armadio. Qualcuno ha ballato una sola estate, qualcun altro, come Roberto Gandini, uno dei più forti battitori di tutti i tempi, ha scritto la storia di questo sport.
Oggi si ritroveranno, verranno premiati dal loro club, che non li ha mai dimenticati, prima del debutto stagionale del Milano nel campionato di A2, daranno un’occhiata nostalgica al loro stadio, ricorderanno chi non c’è più, come l’Andrea (Balzani), che dopo essere stato un campione nel baseball è diventato uno dei più celebri urbanisti di Milano, e soprattutto il Gigi (Cameroni), che di quella squadra fu l’anima leggendaria, l’allenatore, il “mago” come il coevo Helenio Herrera. E si ricorderanno di Elliot Van Zandt, un gigante nero americano che sbarcò in Italia con gli alleati, allenò la nazionale di basket, insegnò il «batti e corri» ai ragazzi del Cus e finì a fare il preparatore atletico del Milan, ai tempi di Liedholm e Schiaffino.
Erano i tempi in cui Milano era la vera capitale dello sport, si stava concludendo l’epopea dei Diavoli dell’hockey, stava nascendo quella del Simmenthal e si vedeva già all’orizzonte la grande stagione del Milan di Rocco e dell’Inter di Herrera. Nel baseball c’erano addirittura tre squadre in serie A (l’Inter e il Pirelli, oltre al Milano), adesso si fatica ad averne una in A2. Si giocava in tutta la città, dal vecchio Giuriati alla Bicocca. Si andava alla partita in tram e si tornava a casa mischiati con i tifosi, un’altra razza che ormai andrebbe affidata al Wwf. Come gli scudetti di Milano negli sport minori.