Custode ucciso, giallo in carrozzeria

Il pensionato, colpito con venti fendenti, era separato e viveva solo da 15 anni

Paola Fucilieri

La sua era da tempo un’esistenza in discesa. Quella di un uomo costretto a vivere da troppo tempo quasi come un barbone per una serie di scherzi beffardi che a volte gioca il destino. Una vita squallida e triste per chi è proteso verso la vecchiaia e che certo non meritava di chiudersi con una morte così violenta. Matteo Musso, 63enne di origine catanese ma milanese d’adozione, ora pensionato ma per 37 anni impiegato dell’ufficio tecnico del Comune di Milano, padre di due figli di 22 e 28 anni (affidati alla ex moglie dopo il divorzio, nel ’91) ormai da tre anni non poteva permettersi che di abitare in poco più di dieci metri quadrati di lamiera, una baracca gelida d’inverno e caldissima d’estate che aveva ricavato dentro l’autocarrozzeria con autorimessa di due amici, i fratelli Aldo e Alfio Guercio, lungo la carreggiata trafficatissima che s’affaccia sul Naviglio in via della Chiesa Rossa 191, al Gratosoglio, vero regno milanese degli sfasciacarrozze. È lì, accanto alla sagoma di un caravan parcheggiato nel cortile, in un punto d’ombra dell’autocarrozzeria che ieri mattina all’alba (erano le 4.30) due camionisti hanno trovato il suo cadavere. Nudo dalla cintola in giù (pantaloni e slip abbassati, probabilmente un’escamotage per confondere le idee a chi indaga) e martoriato da almeno una ventina di coltellate (forse un cacciavite) tre delle quali, all’addome e al centro del petto, sicuramente letali.
I poliziotti della sezione omicidi della squadra mobile si dicono certi che Musso abbia aperto il cancello (di notte sempre con la serratura chiusa da un lucchetto del quale, da ieri mattina, mancano le chiavi) ai suoi assassini. Il plurale è d’obbligo: dopo l’omicidio il cadavere dall’autorimessa è stato trascinato a lungo, fino al luogo del ritrovamento e i segni rimasti sulla schiena sono orizzontali.
Assassini decisi. E che dovevano conoscere il pensionato e sono andati lì proprio per lui, intenzionati a ucciderlo: niente è stato rubato, infatti, neppure le auto con le chiavi nel quadro.
La vittima - un uomo alto circa un metro e settanta, piuttosto robusto - ha cercato di difendersi con tutte le sue forze dalle coltellate sferrategli subito dopo l’apertura del cancello dai suoi assassini (le prime macchie di sangue sono accanto al cancello, ndr). Lo confermano le numerose ferite su braccia e mani nel tentativo, inutile, di parare i colpi: ferito gravemente a petto, addome e clavicola, Musso è caduto a terra agonizzante vicino all’autorimessa, dove c’è infatti un’altra macchia di sangue.
Per ora il movente del delitto resta oscuro e, di conseguenza, ogni ipotesi investigativa è aperta. Un giallo dai contorni molto vaghi. In particolare se si pensa che molte di quelle carrozzerie e autorimesse che si affacciano su via della Chiesa Rossa sono da sempre considerate «appoggi sicuri» dei clan della ’ndrangheta locale per cambiare numero di telaio alle auto in vista di spedirle verso l’Est.