Cyndi Lauper, torna l’anti Madonna: a 55 anni vi faccio ancora ballare

Milano - Intanto lei si veste sempre allo stesso modo. Stravagante. Colorato. Impossibile. Cyndi Lauper ha appena compiuto 55 anni eppure solo a vederla sembra che ne abbia trenta di meno. Figurarsi quando parla: un’iradiddio. «Indosso ciò che mi piace: se non vi piace, non mettevelo». Poi adesso che negli Stati Uniti e in Giappone è uscito il suo primo cd dopo un bel pezzo (l’ultimo di brani inediti è Sisters of Avalon del 1996) lei si gode lo sbuffo di gloria che le danno le nuove canzoni, naturalmente finite in testa alle classifiche dance. E d’altronde Bring ya to the brink (letteralmente «Vi porto fino al limite», in uscita qui tra qualche settimana) è un signor album che ha due obiettivi: far ballare e pure pensare, cose che difficilmente vanno d’accordo. E così ci sono melodie come quella di Same ol’ story, che sono sciccose assai, e ritmi forsennati come Rocking chair e Got candy che vanno a pennello in quei club dove la musica inizia solo al secondo cocktail e finisce quando si alza il sole. Però, ed è lei a spiegarlo, c’è anche un brano come Into the nightlife, che ti fa venire il fiatone tanto è incalzante ma è anche ispirato all’omonimo libro di Henry Miller e a Coney Island of the mind di Lawrence Ferlinghetti. Insomma, mica siamo rimasti ai tempi di Girls just want to have fun, che è il suo più grande successo e proprio adesso compie venticinque anni. Quando Cyndi Lauper la cantò per la prima volta, Madonna era ancora in fasce (discograficamente parlando) ma poi se l’è pappata, diventando la donna più famosa del mondo nonché una macchina da soldi. Cyndi Lauper, molto più folle e molto meno opportunista, è rimasta nell’angolo, scavandosi per carità una nicchia immensa (ha pur sempre venduto 75 milioni di dischi) ma seguendo passioni come il wrestling o impegnandosi per i diritti umani e mandando a quel paese discografici e manager con lo spirito di chi più che a Hollywood punta a un centro sociale. E sarà per questo che oggi è un’icona gay di quelle che sfilano ai Gay Pride e si capisce che lo fanno perché ci credono. All’ultimo di Sydney, qualche mese fa, lei era vestita come Maria Antonietta perché «è il mio personaggio preferito» e la gente ha impiegato un niente a cantare in coro con lei il ritornello di Same ol’ story «anche se non l’avevano mai sentita prima». E d’altronde per capire la nuova Cyndi Lauper basta vedere la copertina del suo cd, che raffigura un paio di piedi infilati in scarpe rosse, un elegante décolleté con tacco dodici. Ebbene, sono i suoi «perché io sono una brava modella e neppure mi devo pagare il conto». Li ha tenuti sempre per terra, i piedi, e ha lasciato volare solo la testa, Cyndi Lauper, in questi venticinque anni di successo nomade e contromano, ottenuto con brani come She Bop (incisa «quand’ero completamente nuda») oppure True colors e girando per il mondo con il suo personaggio surreale e irraggiungibile, quasi fosse una Judy Garland vestita da Salvador Dalì, un punto forte e riconoscibile laggiù tra il surrealismo da guardare e il pop da ballare.