La D’Addario: "Sono stata usata per colpire Berlusconi"

La escort che infangò il Cav rivela: "Fui spinta dalla mia legale a dire
bugie a giornali e Pm". E spunta un suggeritore politico

Roma - «Usata dai nemici di Berlusconi, a mia insaputa». Due anni dopo, la verità è capovolta. La protagonista è sempre lei, Patrizia D’Addario, che non cambia la sua versione sulle serate con il premier, ma fornisce una versione opposta sul contesto del suo «sfruttamento mediatico», accreditando la teoria del «complotto» per colpire Silvio Berlusconi. La rivelazione, da prendere con la dovuta prudenza, arriva in un’intervista a Libero nella quale la D’Addario sostiene tra l’altro di non aver mai fatto la «escort», di essere stata pagata da Tarantini per le due serate romane nella residenza del premier come «rimborso spese di viaggio». E, appunto, di essere «stata usata dai nemici di Berlusconi a mia insaputa ovviamente». «Si sono serviti di me - racconta a Cristiana Lodi - strumentalizzata e poi gettata via». I nemici avrebbero anche una matrice politica e non necessariamente di sinistra.
Patrizia sostiene di essere finita in procura perché spinta dal suo avvocato, Maria Pia Vigilante, che le disse «che dovevo consegnare quel materiale per difendere la mia vita», poiché in quel periodo si moltiplicavano le minacce. E il legale, secondo la D’Addario, le avrebbe anche detto che «se non fossi andata in Procura» a raccontare le serate col premier «sarei finita in prigione per falsa testimonianza ed estorsione», mentre «se io avessi riferito e documentato tutto al magistrato e alla stampa, mi sarei salvata e sarei diventata famosa», e «avrei guadagnato soldi da libri e interviste». Soldi che, aggiunge la donna barese, «non ho mai intascato». Così ecco che la D’Addario torna a dire di voler «parlare al presidente» per dirgli «la verità», ossia che «per danneggiare lui, c’è chi è pronto a usare le persone fragili e sfortunate come me». Nella versione 2.0 delle verità di Patrizia finisce anche l’innesco dell’affaire barese, ossia l’intervista concessa al Corriere della Sera, voluta secondo la D’Addario sempre dalla Vigilante: «Convocò - racconta - il Corriere (...) io quell’intervista non volevo farla, c’è chi mi ha vista piangere per questo, e che senso avrebbe avuto chiamare i giornalisti nel suo studio oltretutto a mia insaputa se non per fare un’intervista?». Ma anche sul libro «Gradisca presidente», scritto col capo della redazione barese del Corriere, Patrizia ha qualcosa da dire: «Le bozze venivano corrette di notte a mia insaputa, per farmi poi firmare le liberatorie il giorno successivo ma senza darmi il tempo di leggere le modifiche apportate. Molte frasi riportate in quel volume mi sono state attribuite anche se io non le ho mai pronunciate».
Torna dunque la teoria del complotto, e a rilanciarla è proprio la D’Addario che prossimamente verrà convocata anche in Procura per rettificare le sue precedenti versioni.