D’Alema apre le porte dell’Italia ai cinesi

Per il vicepremier a Pechino va tutto «benissimo». Anche i progressi sui diritti umani

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Pechino

Il suo collega Li Zhaoxing lo ha definito «sempre in prima linea nei rapporti con la Cina», e Massimo D’Alema non lo smentisce di certo: «L’amicizia con questo Paese è per noi una scelta strategica», ripete più volte, insistendo sulla necessità di «cogliere tutte le potenzialità di una occasione fin qui non sfruttata». E però sa bene, il nostro ministro degli Esteri, che dietro le cortesie e le assicurazioni i suoi ospiti pensano in primo luogo al loro tornaconto («Sono bravissimi, tant’è che se gli chiedi qualcosa d’impegnativo magari ti rispondono con un commento meteorologico»), per cui - dopo l’ufficialità della missione che termina con una conferenza stampa blindata in cui in pratica si chiede ai due ministri degli Esteri com’è andata per sentirsi rispondere il fatidico «benissimo» – ecco che rientrato in albergo, in piena notte, D’Alema si lascia andare con gli inviati al seguito e risponde anche alle polemiche nate dopo la sua intervista all’Unità sulla questione palestinese.
Ministro, i cinesi le hanno fatto pressioni per la fine dell’embargo sulle armi, come avevano già fatto con Prodi, per intensificare i rapporti commerciali?
«Le ragioni dell’embargo della Ue sono note, com’è noto che si sta lavorando per superarle. Non a caso nei miei colloqui ho fatto presente che il rapporto con la Ue si consoliderà maggiormente se Pechino darà dimostrazione di voler rispettare i diritti umani. L’Italia è per il superamento della decisione europea, anche perché non siamo più a Tienanmen, ma occorre che i cinesi facciano la loro parte».
Ma le autorità cinesi che cosa dicono a questo proposito?
«Che la stanno facendo. Sottolineano quelli che ritengono dei grandi passi avanti: come la decisione della possibilità di fare appello su una pena di morte alla Corte suprema, o facendo riferimento a una nuovo legge che tutela maggiormente i lavoratori. Noi insistiamo per scelte più coraggiose, loro dicono di averle fatte. Ci si confronta: la fine dell’embargo sulle armi non avverrà domani, ma intanto qualcosa si muove».
Non solo diritti umani: c’è il caso del Tibet e del Dalai Lama: ne avete parlato?
«Ogni volta che sono venuto in Cina ho affrontato il tema. Ma il governo di Pechino ribadisce una netta opposizione a ogni ipotesi che giudica indipendentista. La preoccupazione per l’unità della Cina mi sembra prevalga su tutto».
Nel discorso che ha tenuto all’atto della stipula degli accordi ha detto che Cina e Italia – ora che il nostro Paese entra a far parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu – potranno lavorare fianco a fianco su molte questioni. Compreso il nodo del nucleare in Iran da cui eravamo esclusi?
«Siamo già associati nella disanima della vicenda iraniana, intanto. Detto questo Cina e Italia hanno identiche posizioni: nessun veto, ma ricerca del dialogo che porti Teheran a riconsiderare la questione dell’arricchimento dell’uranio. Sia chiaro: non è che la Cina veda favorevolmente un altro Paese limitrofo costruire armi nucleari – vale per l’Iran e anche per la Corea del Nord –, ma crediamo si possa ancora lavorare per riaprire il dialogo, magari anche tramite qualche decisione, senza arrivare all’embargo».
Ha auspicato maggiori investimenti cinesi nel nostro Paese: non teme che qualcuno possa vedere l’ipotesi come una minaccia?
«Avere paura non è che risolva i problemi. E ormai è chiaro che non basta più essere esportatori come lo eravamo noi in passato».
Ipotesi di cessione ai cinesi di qualcosa di già individuato?
«Ammesso e non concesso che ci siano idee del genere, non posso parlare. Specie se a borse aperte...».
C’è molto fermento tra gli ebrei italiani per l’intervista con la quale lei ha chiesto agli israeliani democratici di lavorare per la pace...
«Non ho detto che ci sono democratici e non democratici, mi riferivo alla parte più impegnata degli israeliani, che si è sempre espressa per la ricerca di intese. Ma qui ormai siamo al processo alle intenzioni, alla caccia alle streghe. Chi parla di unilateralismo non sa quello che dice. Ho sempre detto che devono cessare le violenze e i lanci di razzi Kassam. L’Italia, per decisione Ue, ha decretato l’embargo ad Hamas e non lo riconosce come interlocutore. Quindi la nostra posizione non è equanime, è dalla parte di Israele. Per questi motivi è incredibile che si dica “ve la prendete con Israele e non con Hamas”».».
Un’ultima cosa: lei è partito per Kabul mentre Prodi diceva che in Italia sono tutti impazziti. Concorda?
«Guardando i suoi occhi dovrei dire che aveva ragione».
Meno male che D’Alema non è un ministro cinese...