D’Alema in Cina per riparare ai bluff di Prodi

Automobili tedesche, prodotti elettronici giapponesi. E per noi? Il tour della Scala e qualche restauro

nostro inviato a Pechino
«Siamo qui per quagliare», ammette Massimo D’Alema davanti a un paio di centinaia d’ospiti riuniti nell’ambasciata d’Italia della capitale cinese per l’avvio della tre giorni di contatti che i vertici della Repubblica popolare hanno concesso al nostro ministro degli Esteri. Ma… e la missione Prodi non aveva vantato già lusinghieri risultati in materia? Non c’erano porte «spalancate» per il nostro Paese come si era andato sostenendo un paio di mesi fa? Non si era spacciato lo sbarco settembrino dei mille come la panacea dei nostri ritardi rispetto ai numerosi concorrenti?
Il ministro degli Esteri sorvola su quello che potrebbe apparire un nuovo attacco al premier - già ci sono state polemiche sull’ipotesi che si prepari da parte sua un nuovo assalto a un palazzo Chigi guidato da un alleato - e si limita a rilevare come alla «grande simpatia» mostrata per il nostro Paese, occorra poi far seguire dei fatti. Concreti. «E noi siamo qui per questo - assicura -: diamoci da fare!».
Una parola. I cinesi si tengono ben stretti al petto la clausola di Paese in via di sviluppo, e dunque ancora in grado di ricevere robusti stanziamenti dall’Unione europea (e dunque dall’Italia), concedendo ben poco in cambio. Paradossale: l’Italia in crisi che concede aperture di credito al gigante cinese che cresce 5-6 volte più di noi da un paio d’anni a questa parte.
L’ambasciatore uscente Menegatti - verrà sostituito l’11 dicembre prossimo da Riccardo Sessa - puntualizza che i nostri soldi vengono spesi soprattutto sul versante dei beni culturali, cosa che ci gratifica del ringraziamento del governo e delle popolazione cinese, ma intanto le strade sono invase da macchine tedesche, l’elettronica è dominata da marchi giapponesi e all’Italia non restano che le briciole della presenza del corpo di ballo della Scala o del restauro di qualche monumento sulla antica Via della seta.
«Siamo qui per cogliere le opportunità che esistono», insiste D’Alema. Pare spinto dalla voglia di andar oltre gli accordi di facciata di Prodi. E forse confida nel suo passato visto che ricorda come anni fa - era il ’78 - fu spedito dall’allora Pci proprio a Pechino per cercare di riannodare le fila di una tela spezzata ben 16 anni prima tra i due partiti. Si era appena svolto il congresso del partito comunista cinese che aveva sancito la sconfitta della «banda dei quattro» e la vittoria del riformatore Deng Xiao Ping. D’Alema fu inviato a fare lo scout per capire se c’erano possibili spiragli di riapertura delle relazioni diplomatiche tra i due Pc. Giurò che c’erano e dunque aprì la strada a una visita di Berlinguer. Come, non molti anni fa, ricorda di essere stato uno dei protagonisti della visita dell’Internazionale socialista a Pechino quando il gruppo di vertice pensò di avviare un graduale passaggio verso la democrazia conciliando il credo politico della Repubblica popolare col mercato, «col paradosso - tiene a mettere in rilievo - che cercando una svolta a sinistra Pechino ritenne giusto inerpicarsi sul sentiero della socialdemocrazia». Si ritiene insomma una sorta i predestinato, il nostro ministro degli Esteri: coi cinesi è meglio tratti lui. Che già stasera avrà da discutere abbondantemente col premier Wen Jao Bao e col collega Li Zhaoxing.
Riuscirà laddove Prodi non ha cavato un ragno dal buco? Difficile pronosticarlo. Anche perché il titolare della Farnesina ha già messo le mani avanti, facondo notare come il suo budget - ulteriormente tagliato dall’accetta di Padoa-Schioppa - gli affidi solo un terzo di quanto concesso da Chirac al collega Douste-Blazy per la promozione della Francia. Anche se - ha tenuto a sottolineare il nostro ministro degli Esteri, lisciando il pelo a una diplomazia furente per i tagli - con quella misera cifra si fa già oggi più di quanto possano i francesi con risorse tre volte superiori.
Non resta che attenderlo alla prova. Confidando nel suo passato di scout e nella sua assicurazione che è arrivata l’ora di quagliare. Cosa che, evidentemente, Prodi non è riuscito a fare.