D’Alema, un conto Bpi per il leasing della barca

Stefano Zurlo

da Milano

Un comunicato diffuso in serata per spazzare via voci, sussurri e veleni. Sì, Massimo D’Alema ha un conto presso la Banca popolare italiana. E questo è tutto: qui comincia e finisce la notizia, data alle agenzie di stampa per mettere un argine alle insinuazioni circolate per tutte la giornata a palazzo di giustizia di Milano. Nel marasma di queste ore, fra boatos incontrollabili e veleni interni alla sinistra, qualcuno aveva accreditato anche il coinvolgimento del presidente dei Ds nell’indagine sulla scalata ad Antonveneta. E allora ecco la precisazione suggerita probabilmente dai Ds ma firmata dai vertici di Bpi e dunque con il timbro dell’ufficialità. «In relazione a indiscrezioni assolutamente prive di fondamento circolate sul mercato - si legge nel comunicato - la Banca popolare italiana precisa che «il conto corrente intestato a Massimo D’Alema è in essere presso la filiale 098 di Roma, in via Poli, ed è funzionale esclusivamente al pagamento delle rate di un leasing stipulato con la società Bipitalia leasing».
Non basta. Nel tentativo di mettere spalle al muro la legione dei dietrologi e degli avversari, interni ed esterni, la nota va avanti elencando minuziosamente altri dettagli: «Lo stesso conto corrente non presenta altra movimentazione differente dallo scopo sopra descritto. Il contratto di leasing e il relativo conto corrente bancario posto al suo servizio sono stati accesi nel mese di dicembre 2003, il tasso applicato al leasing è allineato agli standard di mercato e i pagamenti delle rate risultano regolarmente onorati alle scadenza previste».
Naturalmente, chi vuole speculare farà un trampolino di queste parole e ricamerà sui rapporti intercorrenti fra Gianpiero Fiorani e i Ds. La realtà, almeno quella documentata, è molto chiara: D’Alema era un cliente come tanti altri. Con un nota bene, ad uso dei lettori: al Botteghino dicono che il contratto di leasing riguarda Ikarus II, la barca da 18 metri che D’Alema ha acquistato nel 2002. «Lo scafo - aveva spiegato a suo tempo il leader diessino - costa per contratto 430 mila euro, io ne sono proprietario per un terzo, la maggior parte dei soldi proviene dalla vendita con i miei soci, dell’Ikarus, da cui abbiamo ricavato 250 mila euro». In realtà il valore dell’imbarcazione, arredata con classe e con grande dispiegamento di mezzi tecnologici, è almeno doppia, ma questa è un’altra storia che nulla ha a che fare con la Procura di Milano. E che può, al massimo, alimentare sofisticate disquisizioni sugli stili di vita dei dirigenti postcomunisti.
I magistrati di Milano liquidano con un’alzata di spalle la notizia che D’Alema è un correntista della Bpi. E fanno notare che, statisticamente, è probabile che altri politici si trovino nella sua stessa posizione.