D’Alema in difesa: non posso vedere chi voglio?

Sull’abboccamento con i vertici di Generali l’ex premier fa catenaccio: «Sarebbe buffo che mi venisse imputato di avere incontrato qualcuno»

Mario Sechi

da Roma

Guardando sempre l'interlocutore dall'alto, ieri gli è scappata una battuta a cui non crede nemmeno lui: «L'unico difetto che mi rimprovero è l'eccesso di bontà». Immaginarsi un Massimo D'Alema buono, un politico mite e caritatevole è arduo anche per chi ha una sfrenata fantasia.
Il presidente dei Ds non ha nulla del Walter Veltroni e ancor meno del veltronismo, difetta di arte diplomatica ed è semplicemente un politico coriaceo, un uomo capace come pochi di scartavetrare le parole in faccia all’avversario.
La notte della lunga trattativa con la minoranza Ds, indossato l'elmetto e innestata la baionetta, è uscito dalla riunione della segreteria sferzando l'aria gelida e dettando il bollettino di guerra: «Siamo uniti come un sol uomo». Uniti (forse), ma il sol uomo era una nota autobiografica perché nell’arte della conversazione dalemiana sono cominciate a comparire delle frasi che suonano come il gong per il pugile, il frasario d’assalto ha lasciato spazio anche a sprazzi difensivi e «catenacciari».
Abituato a giocare in avanti, D’Alema si è ritrovato con le retrovie scoperte e così quando Silvio Berlusconi ha snocciolato due o tre particolari sull’incontro del presidente delle Generali Antoine Bernheim con i quattro dell’Opa selvaggia, ha commentato candidamente: «Sarebbe buffo mi venisse imputato di aver incontrato qualcuno». «Buffo», parola che sulle labbra di D’Alema suona come un perdindirindina.
Il presidente dei Ds in un’altra stagione avrebbe caricato la spingarda e fatto «bum!». Oggi è insolitamente prudente, non nega di aver incontrato Bernheim, cerca di tappare la falla e dice di non avere «nulla da aggiungere a quanto viene detto chiaramente dalle Generali» che però non fanno alcun riferimento al summit conviviale tra i dirigenti della Quercia e il vertice del Leone di Trieste. Difesa debole che si traduce con un tentativo di ripartire all’attacco quando dice che bisogna «disboscare la selva di leggi ad personam», ma si tratta del D’Alema in versione «classic», quello con l’accetta da taglialegna canadese che non sorprende nessuno. Quello che non ti aspetti invece fa capolino qua e là nei colloqui, nelle interviste, nelle dichiarazioni e nelle comparsate televisive, è il D’Alema che mette a nudo i propri limiti, le mezze verità, i silenzi.
Nel forum dell’Unità, qualche giorno fa, ha dovuto dare una notizia ai colleghi che gli chiedevano: «Ci sono anche telefonate di D'Alema con Consorte?». Lui ha risposto, denti stretti, labbra serrate: «Ce ne saranno, immagino di sì». E su quel vocabolo pronunciato quasi in sospensione, «immagino», si esercitava la lettura di chi vede un D’Alema inquieto e insonne, circondato da quelli che lui chiama «nemici interni ed esterni». È un combattente ferito e lo si intuisce dal volto pallido che mostra nell’affrontare Giulio Tremonti a Porta a Porta. Sbiadisce sul suo sito internet la girandola di foto del D’Alema giovinetto, del D’Alema in versione rivoluzionaria, corredato dall’istantanea in bianco e nero di una marcia della cellula comunista dell’Università di Pisa. D’Alema è un’icona del partito, «l’odiato più amato di tutti» scriveva il Manifesto qualche giorno fa concedendogli l’onore delle armi. Qualcuno dice che «siamo di fronte a un leader al crepuscolo», certo il suo carisma è roso dal tarlo dei nemici interni.
Prima che il gioco dell’Opa lo avviluppasse, i fassiniani erano impegnati in un’opera di riduzione delle truppe dalemiane tanto da far scendere in campo la «Velina Rossa» di Pasqualino Laurito per lanciare l’altolà e ricordare a tutti che si possono pure fare le pentole, ma attenzione che il coperchio lo mette sempre lui, D’Alema. Scoperchiato il giro degli scalatori con annessa consorteria, per i dalemiani sono calati pesanti drappi di buio. Il fido senatore Nicola La Torre e il tesoriere del partito Ugo Sposetti conoscevano a memoria il numero di telefono di Gianni Consorte e nella Quercia tutti hanno sottolineato con l’evidenziatore la frase di Sposetti che il 6 luglio del 2005 consigliava al presidente Unipol di informare il meno possibile il segretario della Quercia sui dettagli della scalata (Consorte: «Non sa niente nessuno, lo sai solo tu come al solito, perché sei l'unico di cui mi fido... (...) Adesso poi chiamo Fassino, perché questo mi chiama, si incazza che tutte le volte, dice, che chiama lui...». Sposetti: «Tu dovresti essere... devi essere... dice, stiamo tentando. La cosa può andare bene... però...». Consorte: «Esatto, senza dargli dettagli». Sposetti: «Niente, niente Gianni, niente...»). Erano i tempi della disfida tra fassiniani e dalemiani per il controllo del partito, guelfi e ghibellini che si sono ritrovati poi uniti, attaccati ai fili del centralino dell’Unipol in una scalata che doveva essere sul velluto e invece è finita in una caduta rovinosa ai piedi dell’Everest. Su questa parola, «scalata», D’Alema fa le sue dietrologie, le sue ricostruzioni, i suoi origami, e quasi in una sorta di flashback cinematografico, proprio mentre i magistrati riaprono i file della presa di Telecom Italia da parte dei «capitani coraggiosi» (copyright Massimo D’Alema), sospira e confessa che «il peccato originale fu quello» e rivela la confidenza di Gianni Agnelli che gli disse «lei ha avuto un gesto di coraggio ma in un Paese come questo l'establishment non perdona».
Davanti alle telecamere amiche del Tg3 D’Alema dichiara: «Evidentemente il presidente del Consiglio ha raccolto le sue informazioni, che non avevano un carattere pubblico, attraverso mezzi d'indagine e non attraverso i giornali». Che vuol dire? È una frase priva di senso, ma evoca il complotto e questo gli basta per difendersi. L’unica frase che dovrebbe dire: sì, ho visto Bernheim. Oppure: no, non ho visto Bernheim, D’Alema la evita come il fuoco. Il problema è tutto politico. L’incontro con il presidente delle Generali forse lo imbarazza?
Ricordava il bestsellerista Massimo D’Alema nel suo libro «A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984» una frase del segretario del Pci che diceva: «Vedi, questa è la prima legge generale del socialismo reale: i dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario».