D’Alema e la politica del Blackberry

«È tutto qui, nel mio Blackberry». Mica ha un telefonino normale, Massimo D’Alema; ha uno smartphone, un cellulare intelligente (e non poteva essere diversamente), sempre connesso con il mondo virtuale e pure con quello reale, pronto a ricevere mail e messaggi da ogni dove. Compreso l’sms arrivato da Varsavia che cancella gli spiacevoli giudizi sul passato comunista che gli precluderebbero la scalata europea. «Ci sono i messaggi con tutti, anche quello in cui c’è la pace con la Polonia», proclama l’ex capo del governo all’ingresso della fiera di Roma prima di incoronare Pierluigi Bersani.
Strada in discesa verso la nomina a numero uno della politica estera comunitaria? No. «È una partita difficile, arriveremo sotto sotto», ammette D’Alema facendo capire che con il capo della diplomazia inglese David Miliband sarà un testa a testa. Intanto però dimostra di possedere un requisito indispensabile: non è un analfabeta tecnologico. Aveva già scoperto l’iPod e la comodità di cazzare la randa sull’Ikarus senza cd. Ma la connessione in servizio permanente effettivo è un «must» del perfetto candidato per la poltrona di Mister Pesc. Un ruolo che «sì, mi piacerebbe», confessa.
Messaggini, mail, e un’infinità di numeri di telefono. È la politica del Blackberry, la capacità di stringere relazioni trasversali, di proclamare in pubblico e aggiustare il tiro in privato, di attaccare e dialogare allo stesso tempo, di tessere una ragnatela di rapporti sotterranei, che è poi il vero patrimonio di un leader. È la versione aggiornata, quarant’anni dopo, della «diplomazia del ping pong» che aprì le porte della Cina al presidente americano Richard Nixon: lo strumento, inevitabilmente ambiguo come a tratti è lo stesso D’Alema, che consente di fare piccoli passi di distensione mentre nell’ufficialità resta il muro contro muro.
Chi comparirà dunque nella rubrica del Blackberry massimo? Di sicuro - l’ha detto lui - il ministro degli Esteri polacco. I colleghi leader della sinistra europea, a partire da Tony Blair, l’inventore della «terza via» riformista che la sinistra italiana non è mai riuscita a imboccare. Numerosi recapiti in Medioriente, soprattutto a Ramallah, Gaza, Beirut e in molte città di Paesi arabi, che D’Alema notoriamente privilegia rispetto a Israele. Pochi i prefissi americani, soprattutto interni del Palazzo di vetro dell’Onu, dove fece approvare la moratoria sulla pena di morte. Non mancano il presidente brasiliano Lula, il premier spagnolo Zapatero e il nutrito vertice dell’Internazionale socialista, di cui D’Alema è uno dei tanti vicepresidenti.
Cliccatissimi sono i numeri di Pierluigi Bersani, al quale detta la linea, e di Giuliano Amato, con cui condivide la guida della Fondazione Italianieuropei; mentre languono i contatti con Romano Prodi da quando la caduta del suo governo costrinse D’Alema ad abbandonare la Farnesina, la sua seconda casa. Presente, ma inattivo, il numero di Walter Veltroni, come quello di Silvio Sircana, l’ex portavoce prodiano che componeva al Blackberry i suoi sonetti («finalmente c’è un governo, lo protegga il Padreterno», «mentre Prodi ci addormenta qui si addensa la tormenta») che colpivano tutti fuorché il ministro degli Esteri. Scottano ancora le linee di Pietro Fassino e Giovanni Consorte, quelle del famoso «Abbiamo una banca!». E anche quella di Gianfranco Vissani.
L’elenco comprende parecchi giornalisti amici, nonostante egli disprezzi le «iene dattilografe», a partire dal vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini, intervistatore di riferimento, e poi Santoro e Floris, Lilli Gruber e Concita De Gregorio, oltre a Federico Rampini ed Enrico Ghezzi, coautori di alcuni dei suoi libri. Appaiono anche gli editori (Donzelli, Mondadori, Bompiani, Feltrinelli, Giunti) che ne hanno pubblicato le fatiche letterarie.
Nella rubrica del ping pong dalemiano figurano una valanga di numeri pugliesi, da quello del governatore Vendola in giù, perché in quella Regione non si muove foglia che D’Alema non voglia. E poi innumerevoli utenze bipartisan, un patrimonio unico: Napolitano e Casini, Di Pietro e Paolo Bonaiuti, Gianni Letta e il nipote Enrico, Violante e Alemanno. E soprattutto la linea rossa con Gianfranco Fini. Molto riservata.