D’Alema e Veltroni con Fassino: sciogliamo i Ds

Oggi al Consiglio nazionale un anticipo della battaglia congressuale

Laura Cesaretti

da Roma

«Nessun ripensamento», dritti verso il Partito democratico. Alla vigilia di un difficile appuntamento con il Consiglio nazionale della Quercia e con i profondi malumori che attraversano il partito, e le crescenti resistenze alla fusione con la Margherita, Piero Fassino fa sapere che non arretrerà di un passo.
L’intervista di Rutelli a Repubblica, nella quale il leader Dl faceva il pasdaran del Partito democratico è stata interpretata come un guanto di sfida ai ds. «Il suo gioco è chiaro: fare l’ultrà ulivista da un lato, dall’altro aizzare lo scontro coi cattolici sui temi “etici” per fomentare le nostre resistenze. Con l’obiettivo di spingerci a frenare sul Pd, fino a mandarlo all’aria», ha spiegato Fassino ai suoi. Il solito «gioco del cerino», insomma, che aprirebbe a Rutelli «un’autostrada» verso ipotesi centriste. «Non cadiamo nella trappola».
Il passaggio è delicato, il segretario ds si è sentito in questi giorni sotto assedio dentro il partito e non ha nascosto il proprio nervosismo per le voci che si sono per la prima volta apertamente levate a mettere in discussione la sua leadership e sollecitare la «necessità di un cambio di gruppo dirigente, compreso il segretario», come ha fatto Peppino Caldarola. E per quelle che meno apertamente facevano circolare l’ipotesi che di qui al congresso, con l’avallo di D’Alema, si potesse arrivare a uno scambio governo-partito, con Fassino al posto di Bersani o addirittura vicepremier a occuparsi di «fase due», e il medesimo Bersani o la lanciatissima Anna Finocchiaro alla guida del partito.
Se dunque il Botteghino fa trapelare che alla resa dei conti di oggi Fassino si presenterà senza offrire compromessi e rallentamenti della tabella di marcia verso lo scioglimento dei Ds, è perché il segretario si è assicurato la blindatura interna. Esorcizzando così il suo più ossessionante timore, quello di una fronda più o meno sotterranea guidata all’interno da D’Alema e all’esterno da Veltroni. Alla fine, come in ogni momento di crisi esistenziale della Quercia, la triade dei compagni-avversari si è ricomposta in nome della sopravvivenza della ditta, e i ben informati già assicurano che la mozione di Fassino avrà come primi firmatari proprio il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma.
Con D’Alema i contatti sono stati continui nelle ultime ore, e Fassino è anche salito a Palazzo Chigi per incontrarlo, ottenendone il «pieno sostegno» alla linea del segretario, con la «necessità di evitare lacerazioni interne» perché «bisogna portare tutto il partito» all’approdo nel Pd. Operazione ovviamente assai più facile a dirsi che a farsi, visto che se Fassino non offrirà vie di fuga o compromessi, «togliendo di mezzo la data capestro del 2009», come chiede il portavoce della terza mozione Caldarola o passaggi intermedi come la «federazione» con i Dl sotto più o meno mentite spoglie, lo scontro sarà inevitabile. E il rischio di scissione più probabile. Linea dura, dunque, preparandosi anche a pagare lo scotto di un indebolimento dei consensi interni alla sua segreteria, risucchiati dalle mozioni dei contestatori del Pd: la sinistra del Correntone, che ieri ha ufficialmente candidato alla segreteria il ministro Mussi, e la componente dei «demo-scettici» in nome della fedeltà alle radici socialiste, guidata da Angius e Caldarola, che ancora non ha sciolto la riserva sul candidato segretario alternativo.