D’Alema e Veltroni, volti della crisi ds

Le due figure fondamentali della sinistra che chiameremmo «moderata» nel senso incerto che questa parola ha in sé sono Massimo D’Alema e Walter Veltroni. In concreto le due anime del Pci dopo il '94. La storia dei postcomunisti comincia con la dialettica tra queste due figure, dal giorno in cui, nel '94, Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche. D’Alema rappresentava la continuità della cosa nella identità della storia comunista in un partito che poteva diventare socialdemocratico, come accadeva in tanti Paesi dell’Est. Visto che l’Italia era stata così occupata dalla cultura comunista da avere qualche somiglianza con quei regimi, il passaggio da comunista a socialdemocratico sembrava logico. Ma non è riuscito.
Veltroni tentò la linea diversa, quella già rappresentata da Occhetto, quando aveva scelto di non definire socialdemocratico il partito postcomunista ma di «democratico di sinistra», mettendo in luce quell’elemento di discontinuità dal Pci, che aveva caratterizzato la segreteria Occhetto e aveva condotto all’appoggio del Pds e ai referendum Segni. Veltroni voleva una variazione di identità, quindi configurare il Pds con l’apporto determinante di uomini di sinistra italiani fuori della tradizione socialista, da Bobbio a Dossetti. Qui nasce il buonismo di Veltroni. Il suo mal d’Africa, che tende a una contaminazione ecumenica con tutte le culture, era la figura propria dell’ecumenismo dei cattolici di sinistra.
Quando D’Alema dichiara: «È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese come quelli che negli anni Novanta segnarono la fine della prima Repubblica», mostra di non credere al Partito Democratico. Il Partito Democratico non è nonostante la mascheratura delle primarie un’espressione del sentimento popolare e delle istanze della società civile. È una classica operazione a freddo di fusione di partiti, un’operazione del ceto politico, avvantaggiata dal fatto che il ceto politico disoccupato è molto rilevante e comprende tutti i colori della politica: destra, centro, sinistra. Il Partito Democratico è un’operazione di vertice, si svolge all’interno di quella che Sergio Rizzi e Gian Antonio Stella indicano come «La Casta» e che Sergio Romano monetizza apertamente sul Corriere della Sera. D’Alema deve così ammettere che la crisi della democrazia nasce dalla sinistra e non è ereditata da Berlusconi. Il leader della Casa delle libertà ha creato un suo sistema, la seconda Repubblica, in cui il bipolarismo ha funzionato e la gente lo ha accettato. Lungi dall’essere un pericolo per la democrazia, il carisma di Berlusconi aveva creato la rappresentanza del sentimento popolare e delle esigenze della società come espressioni democratiche e politiche, ma non partitiche. D’Alema sa che la crisi della democrazia è nata nella sua forma attuale dal fatto che Berlusconi non ha perso le elezioni e che l’Unione non le ha vinte e che quindi vi è una crisi analoga a quella del '92. Il Partito Democratico non produce né l’identità né il consenso di là del ceto politico che in esso si riconosce.
Berlusconi rappresenta un popolo, il Partito Democratico dei singoli e dei gruppi, dei membri della «casta».
Ma anche Veltroni con il suo buonismo ecumenico, associato al Campidoglio e colorato sui temi del cattolicesimo di sinistra, viene meno. Non occorrono i viaggi in Africa per sentirsi ecumenico quando si chiede al ministro degli Interni il controllo della legalità sul territorio romano non più plasmato sul tema della festa continua. Creare per i nomadi quattro città fuori dal raccordo anulare, vuol dire venir meno al buonismo della sinistra cattolica su cui Veltroni ha costruito le sue fortune. Le due figure leader dei «moderati» di sinistra sono le stesse che divisero il Pds dopo la sconfitta del '94. Ed ambedue sono giunte a un punto di crisi. La politica italiana a sinistra è rimasta quella nata dalla ristrutturazione del Pci e produce la crisi della democrazia.
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