D’Alema euforico dà i numeri: «Avanti di due milioni di voti»

Nel pomeriggio Prodi abbandona la sede dell’Ulivo e si rifugia da amici aspettando i risultati definitivi

da Milano
Aridateje Trapattoni e il suo «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco». Aridateje il saggio che sentenzia «un bel tacer non fu mai scritto», e aggiunge che «la prudenza non è mai troppa». Ne dice di cose, il saggio, senza aprire bocca. Lezioni di vita, pilastri su cui costruire una carriera anche in politica, soprattutto finché i dati elettorali non sono definitivi. Le famose bandierine azzurre messe dieci anni fa a due mani da Emilio Fede e Luigi Crespi, e repentinamente ammainate, non hanno insegnato niente.
Invece è bastato un exit-poll per sbracare, per scatenare un’eccitazione praecox nel centrosinistra e indurre la «gioiosa macchina da guerra» a sparare dichiarazioni che poi è stata costretta a rimangiarsi nel giro di due ore. Per convincere Romano Prodi a convocare la conferenza stampa sul suo camion giallo una, due volte, e poi rimandarla a tempi migliori. Per convocare folle a piazza Santi Apostoli e precipitarle subito in un silenzio imbarazzato.
Nel tranello della frenesia da exit-poll è caduto qualcuno anche del centrodestra. Alessandra Mussolini è stata categorica: «Il dato assodato è che la Casa delle libertà ha perso, ha retto al Senato mentre alla Camera no - garantiva davanti ai microfoni mentre le prime proiezioni davano in testa la Cdl anche a Montecitorio -. Speriamo in una squadra unita all’opposizione». Le ha fatto eco Bruno Tabacci (Udc): «Ci fosse stata una leadership diversa dei moderati, ci sarebbe stata gara; così, no. Il Paese ha girato pagina rispetto a Berlusconi, non c’era bisogno dei sondaggi prima del voto, bastava parlare con un tassista». Per il resto, da An alla Lega ai forzisti è prevalsa una cautela che sfiorava la fuga.
Il festival delle parole in libertà è andato in onda soprattutto sul fronte opposto, quello dei leader del centrosinistra, entrati nelle urne vestiti da papi e che rischiano di uscirne da cardinali, come prima. Il primo è stato Maurizio Migliavacca, uno dei due coordinatori nazionali della Quercia, un gradino sotto Piero Fassino. Appena dieci minuti dopo la chiusura dei seggi ha dettato una nota addirittura trionfale: «L’Italia ha chiesto di cambiare, la tendenza è chiara, si chiude la stagione Berlusconi. L’Ulivo risponde alla richiesta di unità a sinistra e rappresenta una grande prospettiva riformista».
Dopo di lui, è stato il diluvio. Fausto Bertinotti ha intonato il De profundis: «In ogni caso, è finita l’era Berlusconi». Massimo D’Alema l’Inno alla gioia: «È un risultato di portata storica, per la prima volta il centrosinistra raccoglie il consenso della maggioranza assoluta del Paese, con un distacco di circa due milioni di voti sulla coalizione avversaria. È la fine della stagione della cultura antipolitica berlusconiana. E come profetizzò Montanelli, il Paese può tornare alla politica». Marco Cappato (Rosa nel pugno) ha lucidato la sfera di cristallo: «Dai primi risultati si capisce ciò che non accadrà: non ci sarà una conferma del centrodestra né un risultato negativo per Rnp».
In piazza Santi Apostoli è stata spavaldamente tolta la copertura della scritta «Romano Prodi presidente» sulla fiancata del tir giallo. La Velina rossa, vicina al presidente Ds, citando «ambienti del centrosinistra» vaticinava uno scarto tra centrosinistra e centrodestra «variabile tra il 4 e il 4,5 per cento e al Senato un vantaggio compreso tra 8 e 20 senatori». Il diessino Fabrizio Morri, del coordinamento dell’Ulivo, non si è sottratto al coro: «Gli exit poll darebbero il centrosinistra vittorioso, è necessaria la massima prudenza ma la forchetta è ampia». E Dario Franceschini, coordinatore della Margherita, ha invitato alla prudenza ma non ha resistito: «Sono cinque anni che l’Italia aspetta e merita questo momento. Si prospetta una vittoria fortissima. Ci aspettano ore di festa, di gioia e di un Paese unito. Potremmo confermare che la primavera inizia il 10 aprile». Maledetta primavera.