D’Alema fa il primo passo per un disgelo con gli Usa

Il ministro degli Esteri riceve l’ambasciatore Spogli. Gli Stati Uniti temono «un asse Roma-Parigi-Madrid»

Mario Sechi

da Roma

Osservato speciale. Il governo di Romano Prodi muove i primi passi e la sua linea di politica estera è seguita attentamente a Washington. Ieri il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha ricevuto l’ambasciatore americano a Roma, Ronald P. Spogli, un primo contatto diplomatico ufficiale dopo quelli informali delle scorse settimane. Da Villa Taverna il confronto si è spostato alla Farnesina e non è certo casuale che la prima mossa dalemiana sia stata quella di ricevere Spogli. Le dichiarazioni programmatiche dell’altro ieri di Romano Prodi infatti sono state accolte con freddezza dall’amministrazione della Casa Bianca e i quotidiani americani - vero termometro della politica Usa - hanno «sospeso» il giudizio sul discorso prodiano in attesa di fatti concreti. Fatti ai quali il Pentagono si sta preparando con un piano di sostituzione dei 2000 soldati italiani impegnati in Irak. Ieri il portavoce del Pentagono Sean McCormack ha spiegato che «l’Italia aveva espresso questa posizione già da qualche tempo ed essa, quindi, non costituisce una sorpresa per nessuno. In Irak è stato versato sangue italiano. Rendiamo onore al sacrificio del popolo italiano nel contribuire a costruire un Irak libero e prospero».
Nessuna sorpresa, ma la linea di Prodi ha subito un aggiustamento nel tono e nello stile. Meno ruvido, più attento a non irritare l’alleato, Prodi ha cercato di attutire il peso della sua prima uscita: «Al di là delle polemiche lessicali e del gioco verbale che sono stati fatti, vorrei che le polemiche inutili cessassero per spiegarvi la differenza - come ho detto ieri in un'interruzione che mi è sfuggita, ma tutte le cose sfuggite sono verità - tra il ritiro da noi annunciato e la dichiarazione del governo di lasciare il Paese entro il 2006. Siamo alla fine del mese di maggio e credo che dobbiamo affrettarci a mettere in atto quanto da noi già all’inizio annunciato circa la non presenza delle nostre truppe e circa il loro rapido ritiro dall’Irak. Dobbiamo semplicemente mettere in atto questo piano, accogliendo con piacere il fatto che il precedente governo è venuto nelle nostre posizioni dopo un lungo cammino». Uno scarto notevole rispetto alle roboanti dichiarazioni che il giorno prima avevano fatto confezionare a Reuters e Bloomberg dispacci d’agenzia contrassegnati dalle stellette dell’urgenza. Particolari che non sfuggono agli addetti ai lavori.
Il regime change della politica estera italiana è guardato e studiato con attenzione dai più autorevoli think tank americani. Il Council on Foreign Relations ha svolto una serie di incontri a Washington per fare un quadro aggiornato della situazione. L’ambasciatore italiano Giovanni Castellaneta qualche giorno fa ha incontrato il vicepresidente del Cfr, Nancy Roman, gli ambasciatori James Dobbins e Amy Bondurant, la funzionaria del Dipartimento di Stato Celina Realuyo e il sottosegretario alla Navy Richard Greco. Primi giri d’orizzonte dei circoli diplomatici sul nuovo corso della politica estera italiana.
Chi non ha perso tempo a esprimere un severo giudizio su Prodi è la Heritage Foundation, il più importante think tank conservatore di Washington. In un paper scritto pochi giorni dopo le elezioni, Nile Gardiner avverte: «Gli Stati Uniti devono stare attenti a un potenziale asse anti-americano che si sta sviluppando tra Roma, Parigi e Madrid». Il documento mette in contrapposizione la politica di Silvio Berlusconi e quella di Romano Prodi. Il Cavaliere viene definito un «vicino e forte alleato», di cui viene sottolineato il fatto di esser stato «uno dei pochi leader ai quali è stato accordato l’onore di un discorso al Congresso degli Stati Uniti», mentre Romano Prodi viene dipinto come «un feroce critico della guerra e degli aspetti chiave della politica anti-terrorismo di Washington».
È chiaro che gli Stati Uniti fanno tesoro della lezione del realismo politico: con il governo Prodi si parlerà e si valuteranno le mosse passo dopo passo, ma un presidente americano come George W. Bush che nel second term ha bisogno di recuperare il consenso dei repubblicani, non farà troppi sconti a un alleato che - spiegano alla Heritage - dovesse costruire una «politica socialista ostile a Washington».