D’Alema firma lettera pro Hamas e Prodi la rispedisce al mittente

La missiva spedita a Blair dai ministri degli Esteri Ue chiede di riaprire il dialogo con i fondamentalisti Il premier: «Non l’ho letta e per me è solo un invito»

nostro inviato a Gerusalemme

Non è piaciuta affatto a Romano Prodi la «lettera aperta» a Tony Blair firmata dal titolare della Farnesina Massimo D'Alema, assieme ad altri nove ministri degli Esteri dell'Unione europea.
Sono i giornalisti israeliani a chiederne conto al premier, proprio durante la sua conferenza stampa congiunta con Ehud Olmert, nel giardino della residenza del primo ministro di Gerusalemme. E Prodi, sia pur con le cautele del linguaggio diplomatico, prende subito le distanze: fa capire di essere stato informato a cose fatte, dice di non averne neppure letto il testo: «Mi è stato riassunto dai miei collaboratori», e la liquida così: «È un'iniziativa nata in un contesto informale, e va interpretata come una generica esortazione al processo di pace. In questo senso la condivido. Quanto agli aspetti particolari, non li esamino ora». Gli «aspetti particolari» che più hanno infastidito gli israeliani sono l'insistenza sulla necessità di «ristabilire il dialogo» con Hamas, proprio quando si tenta, con l'avallo di Roma, di rafforzare l'isolamento politico dei fondamentalisti palestinesi; e la pressione sul governo di Gerusalemme perché faccia ulteriori concessioni «concrete e immediate» sui trasferimenti fiscali all'Anp, sulla riapertura dei valichi a Gaza, sulla liberazione di «migliaia di prigionieri», inclusi «i principali leader palestinesi», sul «congelamento della colonizzazione e l'evacuazione degli insediamenti selvaggi».
E si comprende che la firma italiana su questo testo - voluto dalla Francia e firmato anche da Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta, Slovenia, Romania e Bulgaria - sia giunta tutt'altro che gradita a Palazzo Chigi. Anche perché è piovuta sulla testa del premier proprio durante una visita in Israele tutta mirata a sottolineare la forte «amicizia» tra il nostro governo e quello di Gerusalemme. Tanto che nell'entourage di Prodi viene definita un'iniziativa da «dilettanti allo sbaraglio», dovuta alla «politica d'immagine» perseguita da Sarkozy, che dopo aver dato luce verde all'investitura di Blair per il Medio Oriente tenta ora di oscurarne il protagonismo e di condizionarne la linea. Nessun attacco esplicito a D'Alema, naturalmente: anzi si precisa che il ministro non era neppure presente alla riunione di Portorose dove la lettera è stata concepita, ma ne è stato informato «telefonicamente» dal suo sottosegretario, il ds Crucianelli. Sta di fatto però che la firma del ministro c'è, e ha costretto Prodi ad una sostanziale scomunica.
Prodi, che oggi vedrà Abu Mazen, ieri ha incontrato tutti i protagonisti della politica israeliana, ha reso omaggio al Museo della Shoah e visitato la cittadina meridionale di Sderot, massacrata dai razzi Qassam che piovono dalla striscia di Gaza: un percorso tutto all'insegna di quella «vicinanza al popolo ebraico» che, ha sottolineato, «non dipende dal colore politico del governo». La pace è un obiettivo che «non si può più rinviare, dopo 60 anni», e che deve garantire «il diritto di Israele a vivere come stato ebraico». Nessuna nuova apertura al dialogo con l'Iran: Prodi ha condannato in modo «duro inequivocabile e totale» le dichiarazioni di chi «inneggia alla distruzione di Israele», posizioni che «non devono avere diritto di cittadinanza». E si è detto «assolutamente d'accordo» con Olmert sul fatto che l'Iran «non deve avere alcuna capacità nucleare militare»: il «rifiuto» di Teheran di ascoltare l'Onu rischia di portare ad «inasprimenti delle sanzioni» che certo «danneggiano pesantemente» anche le imprese dell'Italia, suo primo partner economico Ue, ma che Roma è pronta ad «applicare diligentemente», scontando anche un «crollo» dei rapporti commerciali. Quanto alla missione Unifil, il premier ritiene «necessario» prolungarla rinnovando il mandato Onu. Ma evita di rispondere positivamente alla sollecitazione di Olmert affinché si arrivi al controllo effettivo della frontiera tra Siria e Libano per fermare «il passaggio di armi». «Se necessario siamo pronti a cambiare le regole di ingaggio» e gli obiettivi della missione, dice il premier, ma sta all'Onu decidere. E difficilmente l'Italia premerà in questo senso.