D’Alema ha un problema: il voto popolare

Par di vederlo. Baffo arricciato, giacca di boutique, cravatta di Marinella, scarpino fatto su misura, appena sbarcato dal suo Ikarus, si siede e, con aria scafata, sorriso a metà tra il sardonico e il seduttore, sporgendosi un po’ verso la vicina, scandisce: «Vede, in questi anni sono stato in giro per il mondo, ho visto poco i quotidiani, ma guardando la gente ho ancora la percezione. Se votassero solo quelli che leggono i giornali non ci sarebbe partita. Non parliamone se votassero solo quelli che leggono i libri. Ma siccome vige il suffragio universale... ».
Già, per Massimo D’Alema c’è solo questa fastidiosa seccatura della democrazia. Altrimenti sarebbe tutto perfetto: la sua parte politica vincerebbe sempre, lui potrebbe di volta in volta scegliersi un posto di prestigio (premier, ministro degli Esteri, Bertinotti permettendo persino presidente della Camera e poi, certo, capo dello Stato) e nel tempo libero andarsene per mare sulla sua lussuosa barca a vela, 18 metri, albero in carbonio. Ma, come ha lamentato l’altro giorno a Ercolano, a complicargli la vita c’è questa faccenda del suffragio universale, che permette di votare anche «alla fascia meno acculturata presso la quale sfonda la destra». Nero su bianco, scritto sul Corriere della Sera, passaggio strepitoso di un lungo articolo a cura di Aldo Cazzullo, firma di punta di via Solferino.
Mannaggia. Ci sono ’sti burini e così tocca sbattersi in campagna elettorale per guadagnarsi un posto da deputato e molto probabilmente neanche di maggioranza. Una vera ingiustizia dopo 40 anni di onorata carriera: prima comunista, poi pidiessino, poi diessino, infine democratico. Sempre a sinistra. Sempre a riempirsi la bocca con il «popolo», «servire il popolo», «stare con il popolo», «difendere il popolo». Chiaro che poi uno si annoia, aspira ad altre frequentazioni. Che so: una Condi Rice, con la quale dialogare della crisi in Medio Oriente e delle scarpe da 1000 euro il paio degustando caviale e sorseggiando coppe di champagne. Vorrete mica che, dopo, uno torni a mettersi la giacca di velluto marrone e si mescoli alla folla, puzza di sudore e fiato pesante. Rischio remoto. Però un pericolo qui c’è comunque: come farà il nostro prode a sussurrare ancora all’ex sindaco di Ercolano, Luisa Bossa: «Tranquilla compagna, mi sto battendo per la mozzarella di bufala. Se la Francia non sblocca le importazioni tra poco chiamerò il mio vulcanico collega Kouchner e gli dirò: “Mon cher Bernard... ”».
Ecco, facile che dopo il 14 aprile una frase così D’Alema non possa più pronunciarla. Per colpa di quell’accidente del diritto di voto della plebaglia. Che tempi, contessa, che tempi...