D’Alema incarna le contraddizioni a sinistra

Gianni Baget Bozzo

Quando Massimo D’Alema dice che la partecipazione di un ministro è di dieci sottosegretari a una manifestazione contro la Finanziaria o, nell’ipotesi favorevole, a una manifestazione contro ignoti, sorprende. Definirla come una manifestazione «amica» in cui i rappresentanti del governo protestano contro una realtà che essi possono modificare, è paradossale. Non rientra nella tradizione comunista. Ci fu un tempo in cui i comunisti stavano al governo e partecipavano anche a manifestazioni contro il governo: fu il breve periodo di collaborazione tra democristiani e comunisti che ebbe corso nel ’46 e nel ’47. Ma allora stava cominciando la guerra fredda ed erano altri tempi. Quando si pensa, certamente dall’Udc, dal «paese di mezzo» folliniano e da una parte di margheriti a qualcuno che possa dire «basta» alla linea parallela tra governo e opposizione praticata da Rifondazione comunista, si pensa a lui, a Massimo. Non è del resto l’uomo della guerra in Kosovo, quello che ha fatto bombardare Belgrado per fedeltà alla Nato? Insomma, un comunista uomo di Stato, severo nei suoi incarichi pubblici come lo fu Palmiro Togliatti.
Ma ora D’Alema ha scelto di diventare un ministro tecnico dedicato alla politica estera, come a una branca specializzata del governo. Del suo titolo politico si serve solo quando si tratta di protestare contro il taglio del bilancio della Farnesina fatto dalla Finanziaria.
Sembra chiaro che D'Alema vuole mandare un messaggio a tutti coloro che pensano alle larghe intese: se pensate a Massimo come l’uomo che dice no a Bertinotti e manda all’aria l’Unione, scordatevelo. Bruciato una volta sulla linea delle istituzioni, non vuole ricaderci una seconda volta. Vuol dire che egli giudica che l’intesa con Bertinotti fa parte dell’essenza politica del Ds, anche quando esso è in marcia verso il partito democratico. D’Alema rimane fedele alla direttiva del Pci di non avere nemici a sinistra, ma questa volta significa cedere alla sinistra antagonista lo scalpo della vittoria. Quello che sorprende è che in tutto il Ds, e si potrebbe dire in tutti i candidati al futuro del partito democratico, manca ogni figura che possa chiamarsi decisionista mentre al contrario i partiti minori della coalizione sono fermamente decisionisti. Lo è Bertinotti, ma non solo Bertinotti. Lo è anche Di Pietro. Lo è anche Diliberto. Lo è anche Mastella. Cercate un solo ministro diessino o margherito che abbia in sé la vocazione a decidere, non lo trovate. Tutte le decisioni sensibili del governo vengono dai partiti minori, a destra e a sinistra. Il corpo centrale sembra così un corpaccione, una massa inerte, una materia senza forma, in cui l’unico problema politico è quello del proprio futuro: se convergere nel partito democratico, in che tempi, in che modo, in che forma.
Anche Prodi decide, anche Padoa-Schioppa decide. Si avverte che il presidente del Consiglio non è un re travicello e che non lo è per il vincolo reale che lo lega a Bertinotti e alle componenti minori della coalizione. I futuri membri del partito democratico discutono sulle essenze delle loro identità. E la loro massima questione è se aderire o no in Europa alla famiglia del socialismo europeo o cercare di costituire una famiglia in proprio. I futuri democratici discutono di essenze, come don Ferrante, Prodi e i minori discutono di cose.
D’Alema ha avuto il suo Libano, può dire bye bye Condi, può disegnare una grande politica tra la striscia di Gaza, Israele, l’Iran e l’Afghanistan. Nessuno lo distoglie dal suo gioco preferito: quello di sedere al tavolo con i Grandi e di disegnare una alternativa europea alla politica di Bush. Se per questo occorre pagare un prezzo a Prodi e minori, il gioco di un D’Alema internazionale vale la candela.
I moderati della coalizione dell’Ulivo sono talmente moderati che hanno rinunciato, a favore del modo, alla sostanza. E ciò significa che la chiave della identità del governo sta in Prodi, in Bertinotti e nei minori. Il punto di equilibrio della coalizione è a sinistra dell’Ulivo, il massimalismo ha ancora una volta battuto il riformismo.
Se «riformisti», il nome ideato da Craxi per identificare i socialisti liberali, è mai convenuto in qualche modo a un partito che non ha mai fatto la scelta tra massimalismo e riformismo. Ed ha sempre considerato che il Pci fosse la sintesi delle due identità. Non è così: e ora lo si vede bene. Ma lo si vede bene solo nel massimalismo di Bertinotti e di Di Pietro. E degli altri. Il «riformismo» non c’è.
bagetbozzo@ragionpolitica.it