D’Alema in Libano «Allarme Al Qaida per i nostri soldati»

Massimo D’Alema non lo nasconde più. È preoccupato, inquieto per quei 2500 soldati italiani schierati nella tana del lupo. La situazione del nostro contingente in Libano si deteriora sempre di più. La missione lungi dal passare alla storia, come sognava il governo, sembra invece affondare nell’incertezza. A far paura non è solo la progressiva destabilizzazione di un paese squassato dallo scontro tra il governo di Fouad Siniora e l’opposizione filo siriana guidata da Hezbollah, ma anche il rischio di attentati da parte di gruppi legati ad Al Qaida. Soprattutto dopo gli scontri nel campo profughi di Nahr El Bared e Ein el Hilweh. Il ministro degli Esteri in visita ieri tra Damasco e Beirut lo dichiara apertamente durante la conferenza stampa congiunta con il collega siriano Walid Moallem. «Siamo preoccupati per la presenza di gruppi fondamentalisti legati ad Al Qaida all’interno di campi profughi palestinesi in Libano - ammette D’Alema, ricordando che ancor più di Fatah al Islam, il gruppo armato asserragliato nel campo di Nahr el-Bared, a nord di Tripoli, preoccupano le formazioni analoghe individuate ad Ayn el-Hilwe, il campo profughi alla periferia Sidone, distante una quarantina di chilometri in linea d’aria dagli accampamenti italiani. L’unica consolazione per il nostro ministro è «l’aver individuato questo rischio per tempo» e aver predisposto delle misure di sicurezza adeguate. L’altra incognita, quella legata alla destabilizzazione del paese e ai timori di una nuova guerra tra Hezbollah e Israele, è invece assai meno prevenibile. D’Alema lo sa e non lo nasconde: «Lo stallo politico nel Paese – dichiara durante la conferenza stampa congiunta - non può continuare, altrimenti sarà allarme rosso».
L’avvertimento - formulato dopo l’incontro con il presidente siriano Bashar Assad e i colloqui con il Walid Moallem - sembra offuscare gli attestati di fiducia nella collaborazione siriana dispensati in altri momenti del viaggio dallo stesso D’Alema. L’accenno ad «un allarme rosso che non può continuare» suona come un chiaro riferimento al 12 giugno, il termine ultimo - fissato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu - per la ratifica del decreto governativo che trasferisce ad una corte internazionale il processo sull’assassinio Hariri. Se entro quella data il presidente del parlamento libanese, lo sciita e filo siriano Nabih Berri, non rinuncerà alle manovre ostruzionistiche che impediscono la ratifica parlamentare la Corte entrerà in funzione ugualmente. Ma molti libanesi temono che Damasco sia pronta a tutto per evitare la convocazione di un tribunale in grado di mettere sotto accusa i vertici siriani e lo stesso presidente Bashar Assad. Inquietudini e timori riecheggiati, probabilmente, anche nel corso dei colloqui tra D’Alema e Bashar Assad a Damasco e tra D’Alema e Nabih Berri in quel di Beirut.
A Nahr El Bared gli obici governativi hanno ripreso, intanto, a martellare le postazioni dei guerriglieri al qaidisti di Fatah Islam, ma una capitolazione non sembra imminente. Le resa di alcuni militanti integralisti consegnatisi, secondo i portavoce libanesi di Fatah, agli uomini del presidente palestinese Mahmoud Abbas è stata subito smentita dai leader Al qaidisti. «La notizia non ha senso - ha detto al cellulare da Abu Huraya, uno dei comandanti di Fatah Islam a Nahr El Bared, - nessuno di si arrenderà, combatteremo fino alla morte».
La mente di Fatah Islam, un giovane libanese considerato l’ideatore degli attentati ad obbiettivi militari e turistici già pianificati dall’organizzazione, sarebbe intanto fuggito in Siria. Il misterioso cervello criminale avrebbe preparato la crisi di Nahr al-Bared ed addestrato alcuni kamikaze. L’attacco preventivo dell’esercito ha, di fatto, sventato gli attentati costringendo l’ideologo alla fuga. Le rivelazioni, pubblicate dal giornale arabo Sharq al Awsat, sarebbero trapelate dopo l’interrogatorio di nove prigionieri di Fatah al Islam. Nelle mani della sicurezza libanese vi sarebbero anche quattro sauditi tra cui l’imam impegnato nell’indottrinamento dei militanti di Fatah al-Islam.