D’Alema in Libia riapre conti che erano già chiusi

Molti italiani non se ne sono resi conto, ma le vacanze di Pasqua di Massimo D’Alema in Libia ci sono costate un’altra fetta del famoso «tesoretto»: stando ai portavoce di Gheddafi, il nostro ministro degli Esteri avrebbe infatti ribadito in maniera ormai irreversibile l’impegno italiano di costruire un’autostrada dal confine tunisino a quello egiziano (poco meno di duemila km, che anche in pianura sono tanti e dovrebbero costare dai 2,5 ai 3 miliardi di euro) a titolo di definitivo «risarcimento» per i presunti danni inflitti dal nostro colonialismo. Si tratta di una storia vecchia, cui praticamente ogni governo della Repubblica ha messo mano nel tentativo di mantenere buoni rapporti con la Libia, fornitrice di circa il 30% del nostro fabbisogno petrolifero, importante partner commerciale per la nostra industria e ora anche Paese d’imbarco per buona parte dei clandestini provenienti dall’Africa. Ma si tratta anche di una storia assurda, sia perché formalmente il contenzioso con Tripoli è stato chiuso addirittura nel 1951, con il versamento di cinque milioni di sterline in contanti e la cessione delle moltissime infrastrutture costruite in trent’anni di fattiva presenza, sia perché siamo ormai l’unico Paese ex coloniale a sottostare a questo genere di ricatti. Non mi risulta che la Gran Bretagna paghi tributo al Kenia, la Francia all’Algeria o il Belgio al Congo, dove pure ha fatto danni ben peggiori di quelli causati dagli italiani in Libia. Neppure le nostre altre ex colonie, l’Eritrea, la Somalia e l’Etiopia, bussano più a quattrini: a farlo c’è solo più Gheddafi, con incredibile ostinazione e soprattutto una diabolica abilità nel tenere aperto il contenzioso, anche se con le ricchezze di idrocarburi che si ritrova la Libia è sicuramente il Paese che ha meno bisogno dei soldi italiani. Ma continuare ad accusarci di tutti i malanni causati dalla dissennata amministrazione serve alla propaganda del colonnello e noi continuiamo a dargli retta.
Ultimamente Gheddafi, che pure è stato visitato da quasi tutti i nostri presidenti del Consiglio, aveva dato di nuovo segni di malumore: ha praticamente chiuso l’ambasciata di Roma e il Consolato generale di Milano e si negava - pare - al telefono. Pensando all’assalto dello scorso anno al nostro consolato a Bengasi, alla paura di perdere commesse e soprattutto alla possibilità che i libici facciano ripartire l’esodo verso le nostre coste, a Roma si è diffuso il panico. Ecco allora Massimo D’Alema cogliere il pretesto di una vacanza per andare a conferire di nuovo con lui, e ritornarne con un accordo che dovrebbe essere definitivo. Purtroppo, l’esperienza ci insegna che cedere ai ricatti dei dittatori raramente paga (anzi, incoraggia alla reiterazione). Una volta che noi avremo iniziato la costruzione dell’autostrada nulla impedirà al colonnello di avanzare altre richieste. Ora che, avendo rinunciato all’atomica, è uscito dal suo isolamento e non ha più tanto bisogno di noi, temo che non basti una chiacchierata con D’Alema a garantire che in futuro tutto fili liscio.