D’Alema a mare, Veltroni a terra

Mentre Max va a mollo, Walter
affoga nel ridicolo attaccando
il governo per gli ultrà liberi

Alla fine Walter, dai oggi e dai domani, finirà col farci perdere la trebisonda. Noi seguitiamo a pensare che abbia cattivi consiglieri e battutisti dall’alito pesante. Però, sarebbe ora che si desse una mossa. Perché siamo seccati? Perché Veltroni non è un uomo che guarda i grandi cammini, ma sbircia le scorciatoie e avidamente le imbocca ruzzolando, rialzandosi poi tutto impolverato. Purtroppo accanto a lui c’è gente che gli dice: bravo Walter, hai fatto un bel testacoda Walter, dagli di tacco e dagli di punta Walter. E così via.
E poi tocca sempre a noi spolverarlo dalle scorciatoie e rimetterlo sulla retta via. Dunque, che cosa ci ha combinato il nostro Veltroni, reduce dall’Illinois? Ha smarrito prima la bussola, poi il senso delle proporzioni, infine – ed è preoccupante – il senso comune. Infatti ieri si è caricato a molla e se l’è presa col governo se i magistrati hanno rimesso in libertà gli ultrà della partita Roma-Napoli. Cosa c’entra il governo, direte voi? Nulla. Ma questo Walter non lo sa e gira a vuoto per tutta la città alla maniera di “Pippo”, eroe di una celebre canzoncina degli anni Trenta che si segnalava per non avere la più vaga idea di che cosa facesse.
Il suo tentativo di ragionamento senza paracadute è stato questo: il governo fa la faccia feroce con gli immigrati, perché quelli non portano voti, e li fa appendere per i pollici nelle segrete di Castel Sant’Angelo in Roma dove vengono selvaggiamente torturati. Ma appena si trova con un bel numero di bulli arrestati per devastazioni e violenze, ma col certificato elettorale in tasca, il governo Berlusconi – noto al mondo per avere un rapporto pappa-e-ciccia con i magistrati - alza il telefono e ordina ai medesimi immediate scarcerazioni. Che aperitivo consuma Veltroni? È ancora un mistero. Possono gli agenti del Kgb stanziati in America averlo avvelenato con allucinogeni? Non è escluso.
Quel che è certo è che Walter da quando ha saputo che il suo partito gli mette le corna con Di Pietro è impazzito, si aggrappa alle tende, scarica da Internet strazianti canzoni amorose tutte sul tema della gelosia, e medita manovre di contrattacco. Ma Di Pietro è un trattorista calloso e peloso che piace ai partiti-femmina, e riconquistare l’amor fedifrago richiede ben altro che non le disperate, anche se appassionate, idiozie che Walter sta compiendo, come capita appunto a chi si sente in testa della materia cornea diversa dai capelli.
Controprova. Che cosa ha fatto Walter prima di buttarsi nella scorciatoia degli ultrà liberati? Ha proposto – con procedimento a freddo come si usa per il buon olio extra vergine d’oliva – la cittadinanza e il diritto di voto per gli immigrati. La questione del diritto di voto agli immigrati è una faccenda, come si sa, molto seria, molto importante, che va affrontata con la testa sulle spalle, con senso della giustizia e della difesa di molti e spesso antitetici principi e interessi. Dunque è una di quelle cose su cui si può e si deve aprire un confronto politico civile, onesto, disintossicato da veleni emotivi, che è l’esatto contrario di quel che il Walter Furioso (per amor tradito) ha fatto.
Dietro questa furia, come al solito, si nasconde anche una certa callidità, una furbetteria di cui il nostro Veltroni non si sa ancora liberare: i suoi ghostwriter lo hanno convinto da tempo che chi arriva primo a far approvare il voto degli emigrati, incassa la loro gratitudine sotto forma di un malloppo di un paio di milioni di voti e vince il banco facendo contemporaneamente primiera, settebello e quattro scope.
Ovviamente questo aspetto cinico della generosa battaglia per il voto agli immigrati senza alcun freno, non sfugge alle persone di intelligenza media, fra cui con modestia ci annoveriamo. Ma Veltroni è convinto di aver segnato un buon colpo, un uno-due da boxeur: il primo giorno dicendo che bisogna dare il voto agli immigrati e il secondo impossessandosi di un fatto che c’entrava quanto i cavoli a merenda (gli ultrà liberati) e annunciando che il governo, tetragono nel negare il voto agli immigrati da lui proposto il giorno prima, fa in compenso odiosamente liberare i teppisti dalle patrie galere per incassare i loro voti. Correva ieri su Internet un frenetico referendum: ma ci fa o ci è?
Voi capite che la questione – lo stato di salute politica del nostro eroe – è seria e non va presa sottogamba. Ma ha anche il sapore della pochade perché quel puttaniere (politicamente parlando) di Di Pietro, che ha già assaggiato il fervore e il favore del Pd mentre il marito Walter faceva il citrullo in Illinois col povero Obama (che non se lo poteva togliere di torno), gli si è infilato di nuovo nel letto, gli ha fregato quel modesto gadget e ha cominciato a maneggiarlo lui, con la sua aria da amante latino dei poveri, dando sulla voce a Veltroni gridando: «È un autogol della politica se questi sconsiderati sono stati messi fuori. Se fosse stato per me avrei fatto una legge e poi da magistrato avrei fatto un provvedimento e li avrei tenuti in galera». Parole rozze ma virili, che sanno d’ascella e di battaglia del grano, altro che quelle spregiudicatamente incerte del nostro Walter, che tuttavia resta il nostro amato e preferito.
Amato e preferito, ma ci chiediamo: è davvero possibile fare qualcosa per lui? Abbiamo provato con la brusca e la striglia, con la fava e la rava, ci siamo improvvisati mentori, precettori e pedanti, con le buone e con le cattive, il blasone e la garrota, ma non ce la facciamo più. Un ultimo grido di dolore, come sempre sincero, ci esce dalla strozza: Walter, che cosa ti abbiamo fatto di male perché tu riduci così quella speranza di Partito democratico che adesso fa la maiala dietro le tende col primo trattorista che passa?