D’Alema perde la pazienza e la Camera: rinuncio

L’ira dei dirigenti: «Il Professore? Un democristiano che non vuole bruciarsi le dita. Ora si scordi i suoi ministri tecnici»

Laura Cesaretti

da Roma

«Rinuncio»: Massimo D’Alema, mentre ancora sono in onda i telegiornali della sera, fa sapere che si tira fuori dalla partita di Montecitorio.
Un beau geste annunciato per tutto il giorno dal tam tam diessino, e che apre ufficialmente la prima crisi lacerante nell’Unione, che ora rischia di ripercuotersi sulla formazione del governo, nel quale la Quercia reclama un «risarcimento» in termini di «presenza determinante».
D’Alema ha preferito tirarsi fuori unilateralmente, perché il Professore continuava a prendere tempo, a rinviare la scelta a lunedì prossimo, a «spiegarci che avrebbe tentato di estorcere a Bertinotti la promessa di rimettersi alle sue decisioni». Ma in realtà nella direzione dei ds, riunita ieri a Roma, si respirava dal mattino un clima di sconfitta annunciata, si confidava «amarezza» per un Prodi «che ha giocato di sponda con Bertinotti». E dal Botteghino partiva un pressing fortissimo verso il Professore: «Devi assumerti la responsabilità di scegliere entro stasera, non puoi tenere D’Alema sulla graticola». Anche perché, spiegava il dalemiano Massimo Brutti, «non possiamo reggere altri tre giorni con la guerra per le poltrone sui giornali e in tv, è un massacro per tutti». Rincarava il fassiniano Fabrizio Morri: «Anche Prodi dovrebbe capire che rischiamo che il 25 aprile il popolo del centrosinistra ci accolga nelle piazze coi forconi, altro che festa della Liberazione».
Ma a Santi Apostoli i ds dicono di aver trovato «un muro di gomma», un «democristiano che non vuole bruciarsi le dita» assumendosi la responsabilità di dire no a D’Alema. E allora a sera, preannunciato da una telefonata a Prodi e concordato con Fassino, parte il comunicato del presidente ds: «Ho informato Prodi e Fassino della mia decisione di rinunciare alla candidatura alla Presidenza della Camera», detta alle agenzie. Perché è «evidente» che «vi è una contrapposizione» tra la sua candidatura e quella di Bertinotti che «potrebbe portare dolorose lacerazioni e indebolire il governo». D’Alema ringrazia il suo partito, per aver avanzato una candidatura che «rispondeva alla legittima aspirazione del maggior partito del centrosinistra ad esprimere uno dei vertici delle istituzioni». Ma per i ds è «valore prioritario» assicurare «la tenuta unitaria della maggioranza». La sconfitta brucia, E brucia anche quella gelida presa d’atto che arriva a stretto giro da Prodi: «Ringrazio D'Alema e i Ds per l'alto senso di responsabilità. Ancora una volta hanno dimostrato spirito di sacrificio e lealtà verso la coalizione». E dire che solo poche ore prima, parlando in direzione, D’Alema aveva avvertito: «Il nostro partito ha già dato moltissimo e non può continuare a dare e basta».
Dietro la rinuncia dalemiana non c’è «alcuna polemica con Rifondazione», assicurano al Botteghino, ma una profondissima irritazione e un segnale di sfiducia nei confronti del premier in pectore per come ha gestito la prima pratica della sua maggioranza scegliendo di «umiliare» il principale alleato. E ora, avvertono, «si apre un problema politico gigantesco». Nessuna ripercussione sulla presidenza Marini al Senato, giurano ai piani alti della Quercia. Ma «un credito enorme» da riscuotere, intanto, nella costituzione del governo: Prodi ha annunciato che i ministri li avrebbe scelti lui, puntando su alcuni altissimi «tecnici» di fiducia? «Se lo scorda», dice brutale un dirigente, «l’idea che lui decide e noi gli andiamo ancora dietro se la levi dalla testa». Il quadro è cambiato, e l’ipotesi che nel governo entrino sia il segretario che il presidente ds, in due «ministeri pesanti» (Economia e Esteri) viene affacciata. E i malumori interni sul risultato elettorale ds «non certo entusiasmante», come ha detto Mussi, e le tirate d’orecchio dalemiane a Fassino perché «nella gestione della mia candidatura qualcosa non ha funzionato, visto che ci siamo ritrovati con due candidati», vengono per ora accantonati: «Dobbiamo ritrovare l’unità», dice il mancato presidente della Camera. Nella coalizione, certo, ma anche in un partito che ora teme di giocare solo contro tutti.