D’Alema perde le staffe in aula: lite coi «compagni» e con Bondi

Il ministro degli Esteri offende il coordinatore di Fi , gli azzurri lasciano l’emiciclo. Poi attacca il prc Cannavò: «Ritira il tuo emendamento»

Gianni Pennacchi

da Roma

Nervoso e stizzito lo era già al mattino, quando appena giunto in Transatlantico s’è sfogato coi giornalisti: «L’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’appello alla moderazione di fronte ai bombardamenti viene criticato e suscita polemiche!». Ad irritarlo, dev’esser stata la lettura dei giornali che dipingevano Piero Fassino come il sionista equidistante e lui l’antisemita viscerale. Dunque cercava di convincere: «Quella che ho illustrato è una posizione equilibrata, e non è un’invenzione del governo italiano ma il senso della posizione europea, che sembra essere particolarmente incomprensibile nel nostro Paese!». Sì, era seccato e assetato di rivincita, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema.
Così, quando nel pomeriggio s’è trovato in aula per il dibattito finale sul finanziamento delle nostre missioni militari, alle prime «provocazioni» gli è saltata la mosca al naso. Sapete com’è fatto Baffino, l’istinto alle reazioni sarcastiche e arroganti, la propensione alla palla avvelenata. Finché tali cedimenti se li permette coi giornalisti o coi suoi compagni, può suscitare anche simpatia. Ma ieri era il ministro degli Esteri e vicepremier, in quella sacralità del Parlamento che tanto esalta la sinistra, ed ha finito con l’offendere un deputato stesso della sua maggioranza, il rifondarolo di minoranza trotzkista Salvatore Cannavò, e addirittura il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi. Ne son scaturiti battibecchi, scambio di rimproveri e accuse. Con Cannavò il botta e risposta è ripreso in Transatlantico, senza che D’Alema attutisse le sue sferzate, anzi. Anche con Bondi ovviamente, s’è intestardito a reggere il punto rifiutandosi di chiedere scusa, «sono io l’offeso!» replicava anzi. Così i deputati forzisti hanno abbandonato l’aula finché D’Alema non s’è seduto lasciando la parola ad Ignazio La Russa che lo ha rimproverato: «Non siamo al consiglio comunale di Gallipoli!». Niente, ha sempre ragione lui. È il migliore, no?
Lo scontro più sgradevole è risultato quello con Bondi, che dopo l’intervento del ministro aveva rimproverato l’esistenza nel centrosinistra di «almeno due verità», quella da esibire per far salva la coscienza «magari durante la veglia per Israele», l’altra da imbandire in Parlamento per rabbonire «l’estrema sinistra e salvare il governo». Ha accusato D’Alema di voler difendere queste due facce, il coordinatore di Fi, ricordandogli che però «due verità sono troppe per mantenere in piedi un governo e anche, mi permetta, per tutelare la sua dignità e credibilità personale». D’Alema ha incassato, poi ha chiesto la parola al presidente Bertinotti «per fatto personale», e con tono avvelenato ha esordito: «Sono state chiamate in causa per ben sette volte la mia dignità e la mia credibilità da un pulpito tanto autorevole che merita un chiarimento». Immediate, le grida dal centrodestra: «Che dici? Arrogante!». E D'Alema: «Forse quello che ho detto è parso ironico, ma nulla di offensivo». «Chiedi scusa!» insistevano gli avversari. E lui: «Non ho detto nulla di arrogante, ho subìto aggressioni arroganti ed ho diritto ad una garbata replica». Con abilità e tigna, ha cercato pure di ribaltare l’evidente scherno di quel «pulpito tanto autorevole» rivolto a Bondi: «Non devo chiedere scusa a nessuno per aver detto che le parole del portavoce di un importante gruppo parlamentare meritano una risposta».
Col compagno Cannavò, firmatario insieme al gruppuscolo dei dissidenti di un emendamento soppressivo, l’«ironia» di D’Alema è sgorgata ancor più impetuosa. Ha invitato a ritirare quell’emendamento perché «inutile». Cannavò s’è offeso: come, inutile? «È l’occasione di un vero segnale di discontinuità rispetto a Enduring Freedom senza uscire dall’Afghanistan». E D’Alema con sufficienza: «Noi non prendiamo parte a Enduring Freedom e quindi non ci potremmo ritirare, anche con tutta la buona volontà». «Per fortuna che ora all’estero mi chiedono di Cannavaro e non di Cannavò», s’è poi sfogato coi suoi D’Alema. Ma quando il dissidente lo ha intravisto in Transatlantico, lo ha raggiunto tornando alla carica: «Non puoi dire che il mio emendamento è senza senso: sopprime un intero articolo del ddl, come fa ad essere senza senso?». E il maestro: «È senza senso perché quell’articolo non c’entra niente con l’Afghanistan, riguarda il pattugliamento dei mari contro la pirateria». Cannavò non molla: «Se non c’entra con l’Afghanistan, che ci sta a fare? E poi io non ritiro un emendamento solo perché il ministro dice che è senza senso. Sarebbe come darsi del cretino da solo». Figurarsi l’altro: «E invece in questo caso dovevi ritirarlo». «Forse perché lo dice il ministro, e il ministro ha sempre ragione?» resiste il trotzkista. «No», concede D’Alema, «il ministro ha spesso ragione. E in questo caso ce l’ha». Qualcuno aveva dei dubbi?