«D’Alema è il più bravo ma resta un comunista»

Adalberto Signore

nostro inviato a Napoli

Arriva da Napoli il «no» di Silvio Berlusconi a un’eventuale candidatura di Massimo D’Alema al Quirinale. Un altolà, però, che il Cavaliere declina secondo due diverse tonalità. La prima, più sfumata, la usa durante il comizio al teatro Delle Palme, davanti a Franco Malvano e agli oltre trecento candidati per le ormai prossime amministrative. Il premier uscente parla genericamente della presidenza della Repubblica e sottolinea come l’incarico vada ricoperto da «qualcuno che sia garante della Costituzione, della bandiera, dell’unità e dell’Italia». Insomma, che assicuri «un’assoluta, totale imparzialità» a tutte «le parti in campo». Fa un passo più avanti Berlusconi. E pur non facendo mai il nome del presidente dei Ds dice chiaro che sul Colle «non può andare qualcuno che quando si propose di togliere dal Pds la falce e martello, simbolo di terrore e morte, rispose che tanto quel simbolo sarebbe restato per sempre inciso nel suo cuore». E ancora: «Non credo possa andare al Quirinale uno che ha fatto una campagna elettorale scatenata contro il leader dello schieramento opposto». Un «no grazie» deciso, quindi, ma né troppo duro né tantomeno perentorio, visto che il Cavaliere si premura di fare un discorso che resta nel generale omettendo nomi e cognomi. Anche più tardi, alla domanda esplicita su D’Alema di un cronista dell’Agenzia Italia, si limita a un «ne parleremo in un altro momento...».
Durante il pranzo all’undicesimo piano dell’Hotel Mediterraneo, però, insieme ai dirigenti nazionali e campani di Forza Italia, Berlusconi è molto più esplicito. E spiega chiaramente che la candidatura di D’Alema «non sta in piedi» e che «mai e poi mai dirò sì». Perché - ragiona con gli azzurri - se davvero dessimo il via libera per il Quirinale al presidente dei Ds «verrebbe a cadere l’assunto che portiamo avanti dal giorno dopo le elezioni». E cioè che la Casa delle libertà è stata «derubata da una vittoria sonante».
Concetto non a caso ribadito anche nel comizio al Delle Palme. «Dopo la nostra vittoria di consensi per 220mila voti in più - dice ai militanti - non abbiamo trovato un giudice a Berlino, come si usa dire, che facesse giustizia e accettasse di controllare quel milione e 100mila schede che nessuno ha voluto verificare». E se «D’Alema non può pretendere di occupare il Colle», dice il Cavaliere durante il pranzo nel roof garden, «la sinistra non può non avere il senso istituzionale di consultarci su un tema così delicato». «Anche se - chiosa - sono arroganti e di certo andranno avanti da soli. Solo per questo tratto, per non dargli alibi...». Poi una dura critica a quei giornali «che fanno passare l’idea che io sto inciuciando con D’Alema». Con un corollario che sintetizza al meglio il pensiero di Berlusconi: «D’Alema? È il più bravo di tutti, il più intelligente. Ma resta un comunista». Con i dirigenti azzurri Berlusconi ipotizza anche le prossime mosse: «Al primo scrutinio voteremo Letta, al quarto vedremo». E non esclude l’Aventino, «anche se di massima» si dice «contrario» perché «uscire dall’Aula non paga». Nella logica del dialogo, dunque, il premier uscente è pronto a replicare a un’eventuale formalizzazione della candidatura D’Alema con «una rosa». «Figure istituzionali», spiega prima di fare i nomi di Mario Monti («è super partes») e Umberto Veronesi («può essere gradito a entrambe gli schieramenti»).
Nel comizio, invece, Berlusconi attacca a testa bassa l’Unione e annuncia «battaglia in Parlamento» dove «abbiamo i numeri per non far passare leggi che ritenessimo contrarie all’interesse del Paese». Poi ne ha per Fausto Bertinotti («stimo il personaggio, disistimo le sue idee») e per la Rosa nel pugno («Pannella diceva che se avesse vinto la sinistra sarebbe espatriato e i socialisti sono vittima della sindrome di Stoccolma»). Sulla sentenza Imi-Sir, invece, solo un secco «non commento».
C’è spazio anche per il buonumore. Come quando si improvvisa maschera di teatro e per alcuni minuti si occupa di far sedere i tanti militanti in piedi. Poi, una battuta alla hostess che gli porta l’acqua durante il comizio («mi dia il suo numero di telefono, che ora ho tanto tempo libero») e un regalo per «le signore napoletane». «Vi manderò - dice - Parole d’amore per Napoli, il cd con le canzoni che ho scritto insieme ad Apicella. Sarà un risarcimento per la voce della Jervolino...». L’ultima battuta mentre prende un gelato allo Chalet Ciro sul Lungomare: «Un giorno, per parlare male di me, De Mita disse che ero un napoletano del Nord. Ma io sono orgoglioso di essere napoletano». Poi la notizia degli italiani morti a Kabul. E la corsa verso Roma: «Non ci voleva, diffondere la democrazia a questi costi è qualcosa che veramente pesa, soprattutto per chi ha delle responsabilità come le mie».