D’Alema promuove statista Veltroni per fermare Fassino

Luca Telese

da Roma

Bella, la politica, anche per questo: vale la pena di ascoltare una intera mattinata di chiacchiere - il programma, il municipio, la buona amministrazione, il lancio della Campagna elettorale per il Campidoglio bla-bla-bla, e i suoi inevitabili riti al palazzo dei congressi dell’Eur - per portare a casa tre parolette. Vale la pena, se non altro perché la politica è ancora il luogo in cui tre parole (e la cornice che le incartano) bastano a spiegarti un cambiamento di equilibrio, un piccola rivoluzione copernicana. Così, se è Massimo D’Alema, a dirle quelle parole, e se per caso le tre parole sono «Veltroni è uno statista», capisci subito che nei Ds sta accadendo qualcosa.
Intanto qualche informazione di retroscena per i naviganti. Il convegno dei Ds su Roma - ovvero l’apertura della campagna elettorale di Walter Veltroni - del sindaco che tutti indicano come il futuro candidato premier dell’Unione dopo Romano Prodi, non è un evento di terza classe, per i Ds, ma la vetrina amministrativa più importante della Quercia. Ed infatti, ad un appuntamento come questo, la presenza del segretario del partito sarebbe stata - per così dire - canonica e obbligata. Di più: la presenza di Fassino era già programmata: senonché, il contemporaneo svolgimento dell’assemblea dei socialisti francesi ha portato il segretario a Parigi. Di solito, di fronte a due impegni così facilmente calendarizzabili, si trova il modo di incastrarli. Invece, stavolta, Fassino vola in Francia, e a Roma serve un «rimpiazzo». Chi? Ma il presidente del partito (guardacaso D’Alema). Non c’è nulla di strano, non serve farsi prendere dalle dietrologie, ma ovviamente non sono casuali né l’«assenza», né la «presenza». È un segnale l’intervento di D’Alema, le sue parole, ed è un segnale il resto del suo discorso, che pareva scritto da Claudio Novelli, il ghost writer prediletto del sindaco di Roma. Sì, perché era tutto un fiorire di riferimenti al Terzo mondo, all’Africa, ai temi sociali e persino alla necessità della lista Veltroni (di cui, prudentemente, l’interessato per ora non dice una parola). Al punto che in questa sorta di gioco di ruolo, D’Alema «veltroneggiava», e Veltroni «dalemizzava», consegnando all’uditorio uno dei suoi discorsi meno kennedyani degli ultimi anni: un discorso di amministrazione, prudente, orgoglioso, da sindaco di Roma che non intende uscire dal suo ruolo. Il nondetto che tutti hanno percepito, soprattutto nel gruppo dirigente, è che i due «nemici» storici adesso vanno d’amore e d’accordo. Ed è - «il giorno delle tre parole» - l’ultimo di una serie di piccoli grandi segnali. Walter che va ai microfoni di Radio 24 a dire che «Massimo D'Alema non è il mio nemico storico ma il mio amico storico» (25 settembre 2004). E Massimo aveva ricambiato dicendo che «Walter sarebbe un ottimo candidato premier per il 2011». Il sindaco che va a fare campagna elettorale in Puglia per Nicola Latorre, braccio destro di Baffino di ferro (10 gennaio 2005). E di chi è la regìa dell’iniziativa di ieri? Dello stesso Latorre e di Walter Verini, uomo-ombra del presidente: da ieri finiscono messaggi in codice e segnali di fumo, si passa a una dimensione di feeling «organica». A fare le spese di questo asse - ovviamente - è «il terzo incomodo», Fassino. L’asse tra i due uomini forti della Quercia ha un obiettivo preciso: lanciare un messaggio chiaro all’attuale segretario. Da tempo le mosse di Fassino non piacciono ad una fetta del gruppo dirigente storico dei «quarantenni» (ora cinquantenni) che non vedono di buon occhio il fassinismo e le sue creature. Non rientra nei codici storici del Botteghino la presenza ingombrante di Anna Maria Serafini, moglie del segretario, sempre alle sue spalle, una sorta di reggente della Quercia. Non è piaciuta a Livia Turco - dalemiana doc - la sua ingerenza nelle questioni femminili, né la sua sponsorizzazione forte per la grande emergente della segreteria, la responsabile dell’organizzazione, Marina Sereni. E non convince nessuno, della vecchia guardia, la strategia di Piero che adesso fa di tutto per darsi un’immagine: i caminetti con Diaco, le comparsate da Maria De Filippi (e relative lacrime per le patatine fritte dell’ex tata), i ripetuti baci di pantofola a Ratzinger. Veltroni e D’Alema non si sono certo innamorati, ma hanno due obiettivi compatibili. Il primo punta alla presidenza della Camera e/o al Quirinale, come ha dichiarato nella splendida battuta immortalata da Bruno Vespa nel suo Vincitori e Vinti (Mondadori): Montecitorio? «La mia famiglia è iscritta a quel club dal 1962» (data di elezione del padre). Il secondo ad un plebiscito capitolino e a un futuro da premier. Questa splendida divisione di ruoli, invece, confligge con il progetto di Fassino: andare al governo con un ruolo forte (vicepremier) e insediare un suo fidato al Botteghino. Il possibile nome? Quello dell’ex dalemiano (oggi «fassinizzato») Nicola Zingaretti, lanciato proprio oggi a Firenze con un convegno generazionale. In questo puzzle restano da collocare alcune pedine pesanti: Giuliano Amato (a cui Fassino potrebbe offrire il Colle) e Pierluigi Bersani (che il segretario ha spedito a Bruxelles perché restasse lontano dal Botteghino). Una volta piazzate queste tessere, la partita fra il segretario e i due «amici del cuore» si fa interessante. E per nulla scontata.
Luca Telese