D’Alema prova a chiudere il caso Ma gli americani non si fidano più

Incontro «chiarificatore» con Spogli. Ma rimangono aperti i nodi Afghanistan e Iran

da Roma

Sopra il pelo dell’acqua, si chiude il «caso» nato con la pubblicazione della lettera scarlatta: l’invito dei 6 ambasciatori (Usa, Gran Bretagna, Canada, Australia, Olanda e Romania) all’Italia a restare con le sue truppe in Afghanistan. Diplomazia e ragioni delle alleanze hanno avuto la meglio nell’ora e più di faccia a faccia, ieri sera a palazzo Chigi, tra Massimo D’Alema e l’ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli, conclusosi con la «soddisfazione» di quest’ultimo per «il cordiale incontro».
Ma che tra i due sia rimasta più che una briciola di diffidenza è un fatto, nonostante una nota della Farnesina parli di collaborazione rafforzata e di apprezzamento di Spogli per la presenza italiana in Afghanistan. Italia e Stati Uniti sembrano più lontane che ai tempi di Sigonella, come del resto prova il continuo rinvio di Washington rispetto alla richiesta, partita da Roma già da mesi, di un invito negli Stati Uniti per Romano Prodi. È questa, il mancato viaggio del premier, una cartina di tornasole evidente dello stato delle cose. Bettino Craxi, dopo aver tuonato contro il governo Reagan, fu prontamente invitato. Con Prodi, invece, oggi, al di là dell’Atlantico, pare proprio non vogliano avere a che fare. Vecchie ruggini nate a Bruxelles e consolidate dai molti contrasti odierni.
Che gli Stati Uniti siano «preoccupati» dell’attuale equilibrio politico italiano, del resto, non lo ha nascosto lo stesso Spogli in mattinata, ricevendo in ambasciata il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi.
Spogli ha ripetuto poi a D’Alema le stesse considerazioni: ha notato come la presenza militare Usa si sia ridotta e stia per farlo ancora (chiusura delle basi de La Maddalena e di Gaeta), ma nonostante questo ci sia molta animosità contro la permanenza dei militari a stelle e strisce. Ha ricordato, ancora, come la localizzazione di Vicenza sia stata scelta da governo italiano e Comune della città, e dunque sia del tutto inesistente una «pretesa» americana. E ha messo in rilievo col ministro degli Esteri come, quasi su ogni terreno, Roma sollevi obiezioni e problemi. Ultimo, il caso dell’Afghanistan, dove il comando Nato, su mandato Onu, chiede un maggiore coinvolgimento là dove sono possibili scontri a fuoco e dalla capitale italiana si replica tacendo o, al massimo, chiedendo invece di aprire una conferenza politica sull’Afghanistan che tenga conto anche dell’Iran di Ahmadinejad. Proprio il nodo iraniano dovrebbe essere stato toccato nel corso del faccia a faccia tra ministro degli Esteri e Spogli. Perché oggi a Roma arriva Alì Larijani, segretario del Consiglio di sicurezza di Teheran e negoziatore nella complessa partita nucleare della Repubblica islamica.
Washington preme per far partire sanzioni. Prodi - che assieme a D’Alema ieri sera ha incontrato anche l’ambasciatore russo a Roma Meshkov - vede in Teheran un partner commerciale importante e nicchia all’idea di seguire Washington sulla linea dura. Insomma, le divergenze Italia-Usa restano, anche se ci si serve del coperchio del rituale diplomatico per nasconderle. E anche se alcuni esponenti dell’Ulivo si danno da fare per stemperarle. Non solo Rutelli e Mastella. Ma anche Fassino, che nei giorni scorsi ha incontrato Spogli in gran segreto.