D’Alema raduna la sua corrente: "Governiamo con il Cavaliere"

"Serve un esecutivo di responsabilità nazionale per fare le riforme. Vorrei dire a Berlusconi
che un governo così sarebbe
popolarissimo. Esaurito il compito, parola agli elettori"

Roma - La sala dell’Auditorium Massimo è stracolma. I corridoi anche. C’è un’altra sala affollata con un maxischermo, e fuori un altro widewall circondato da persone incappottate. All’uscita l’affollamento è tale, che il Colosseo quadrato diventa teatro di un inedito (almeno da queste parti) mega ingorgo. Questo per dire che nei momenti di crisi c’è un pezzo di popolo della sinistra che accorre a sentire Massimo D’Alema come un bene-rifugio, e che ieri, il discorso del decennale della fondazione Italianeuropei è stato tutto fuorché un convegno di studi politologico: una cosa - piuttosto - a metà strada fra il rito di catarsi collettivo provocato dallo choc della defenestrazione prodiana, e il congresso del Pd che non c’è stato. Meglio ancora, il congresso fondativo di una corrente del Pd che accetta (a denti stretti) la leadership di Walter Veltroni, ma che ambisce a condizionarlo e gli pone condizioni.

E poi, ovviamente c’è lui, il lider Maximo. Con il suo sarcasmo, la sua prontezza di riflessi anche quando la sala sprofonda nelle tenebre per sovraccarico: «Tranquilli, non ho bisogno di luce, tanto quello che devo dire lo so». E con le sue battute: «Qualcuno ha perfino scritto che siamo nati 10 anni fa allo scopo che il decennale potesse dare fastidio a Veltroni... Con un complotto che certamente - sospira ironico - si fonda su una preveggenza di non poco respiro in un paese abituato a progetti di corto periodo».

Dice per esempio Roberto Gualtieri, tra gli appalusi, prima dell’intervento del ministro degli Esteri: «Non abbiamo sciolto il Pci e i Ds per tornare al centralismo democratico!». E aggiunge, in un boato: «Le primarie non possono limitarsi a ratificare in modo plebiscitario decisioni prese altrove, ma devono offrire ai cittadini una effettiva capacità di scelta a partire dall’elezione degli organismi dirigenti e dei candidati in tutte le cariche istituzionali!».

Di più: «L’unica soluzione politica possibile alla crisi, capace di allinearsi ai modelli europei è il sistema tedesco». E ancora (con un’altra ovazione): «Il problema principale dell’Italia sarebbe la permanenza del “vecchio”, cioè il sistema parlamentare dei partiti, da sostituire con il “nuovo” rappresentato dall’investitura diretta della leadership personale. È uno schema inadeguato - conclude Gualtieri - che non capisce come la frammentazione del sistema dei partiti sia legata alla personalizzazione della politica e all’elezione diretta». Infine, l’ultima stoccata, che invoca democrazia «soprattutto nella scelta dei candidati» (anche data la contingenza elettorale) scatena un vero e proprio boato. Sorride, l’astro emergente del dalemismo, a fine convegno: «Stasera ho fatto il poliziotto cattivo...».

Già, perché vista l’aria di elezioni anticipate, D’Alema ha pensato bene di mettere per ora in naftalina lo scontro aperto con il compagno-rivale di una vita, e si è concentrato su due punti: l’epitaffio del governo di cui fa parte, e l’invocazione di un governo istituzionale. «Trascinare il paese a una resa dei conti elettorale - grida l’ex ministro degli Esteri dalla tribuna - è irresponsabile! Chi porta avanti questo progetto «per calcolo di parte, non nell’interesse nazionale, dimostra di non avere senso di responsabilità».

E aggiunge: «Serve un governo in grado di fare la riforma elettorale sulla base della bozza presentata in commissione da Bianco». Poi da raffinato venditore: «Vorrei dire a Berlusconi, che è giustamente attento alla popolarità, che un governo di responsabilità nazionale sarebbe un governo popolarissimo, che restituirebbe credibilità alla politica. Una volta esaurito il compito di questo governo - conclude D’Alema - la parola tornerebbe agli elettori in una condizione in cui il bipolarismo sia ricostruito in modo efficace».

Poi, per spezzare il clima di pathos, un’altra delle sue formidabili battutacce: «Qualcuno si è spinto a scrivere che avrei usato la scusa delle telefonate da fare per il Kossovo per non occuparmi della crisi... Vi dico questo - scandisce - non perchè mi occupo del mondo per trovare la scusa per non occuparmi di Ceppaloni, ma perchè queste sono le cose importanti» (di nuovo risate). Solo che alla fine ti chiedi. Ma ci crede davvero, il lider Maximo a un nuovo governo? Visto che tutto il suo orgoglioso discorso sui meriti del governo e del proprio ministero è declinato al passato, ti viene da pensare che la risposta sia no.