D’Alema resiste nel «bunker» e Violante si scopre garantista

Luca Telese

da Roma

Per recuperare lo smarrimento della base si ricomincia dai «fondamentali»: una intervista a l’Unità, che cercherà di recuperare tutti i fili, e che apparirà domani o domenica sul quotidiano Ds. E poi un pubblico dibattito con Giulio Tremonti, lunedì sera, a Milano, per rigenerarsi nella sicurezza dello scontro con «il nemico», e sottrarsi alla ferocia del «fuoco amico» prodiano. Poi il dibattito cruciale, mercoledì in direzione. Dopo la giornata della faccia cattiva e dell’affondo senza rete - in omaggio al vecchio detto del sud a brigante, brigante e mezzo - ecco quella del sorriso angelico, della ritirata strategica e dei comunicati concilianti, del vecchio buon lessico di partito.
Ieri, con una intervista ufficiosa a Massimo Giannini su La Repubblica, Massimo D’Alema aveva scaricato una colata di lava rovente sulla lettera di Romano Prodi e sulle fughe di notizie che lasciavano intravedere l’ipotesi (mai abbandonata) di una lista autonoma patrocinata dal Professore, per sottrarsi all’abbbraccio mortale dei Ds e del suo collateralismo. I contenuti dell’esternazione dalemiana e anche i toni: una difesa trincerata di quello che Prodi aveva definito «il bunker» diessino. Eccone alcuni assaggi: «Se continua così rischiamo una vera e propria crisi a due mesi e mezzo dalle elezioni. Se qualcuno getta benzina sul fuoco invece di aiutarci, a spegnerlo, qui crolla tutta la baracca». Qualcuno, ovvero Prodi stesso, e la sua caustica lettera a La Stampa. E ancora: «Le alleanze si fanno se sono sostenibili. Io non mi alleo con chi sospetta che il nostro sia un partito di delinquenti». E poi, di più: «In queste condizioni meglio lasciar perdere. Tanto c’è il proporzionale, no? Ognuno vada per conto suo, giochiamo a tre punte, come il Polo. E poi vediamo chi vince». Insomma un guanto di sfida a Prodi lanciato con la rabbia di chi non ha nulla da perdere perché si brucia tutti i ponti alle spalle. E condito di quelle sapidissime dalemerie che a volte sono tanto saporite quanto sfortunate: «Sono convinto che alla fine di questa storia Consorte uscirà pulito. Al massimo gli imputeranno un’evasione fiscale. Una brutta cosa, per carità, ma mi pare un vizio piuttosto diffuso in questo sciagurato Paese» (parole non proprio felicissime nel giorno dell’iscrizione del presidente dell’Unipol e del suo vice, nel registro degli indagati per associazione a delinquere). La ciliegina sulla torta? La considerazione (sempre rivolta a Prodi): «Avanti, avanti così. Un altro po’ di questo autodafè e riusciamo anche nel capolavoro di perdere le elezioni...».
Che la rabbia di D’Alema non fosse un sentimento dal sen fuggito ma un calcolato affondo, inscritto in una strategia politica, lo dimostrava anche il fuoco di copertura dei suoi uomini. Ad esempio la strepitosa intervista di Luciano Violante al Corriere della sera, in cui il presidente dei deputati diessini riscopriva il garantismo («Da Consorte la distanza politica va presa oggi, senza dare condanne anticipate») e sparava ad alzo zero sugli alleati e sulle loro dissociazioni: «Noi non sapevamo né potevamo sospettare che Consorte commettesse illeciti, sempre che le accuse siano fondate. È facile - aggiunge Violante - giudicare con il senno di poi; questo fa parte di un'ottica stalinista, se mi consente». E quindi, contro questo quotidiano: «Un complesso di articoli, in particolare dal quotidiano della famiglia Berlusconi, che tendono a criminalizzare i dirigenti Ds per una telefonata del tutto inoffensiva». Eppure, malgrado tutto, gli scricchiolii sono forti. Su La Stampa (ancora) Giuliano Amato avverte che «si rischia l’astensionismo di sinistra» e Andrea Romano (ex presidente della fortezza dalemiana di Italianieuropei) scrive un lungo articolo che suona come il de profundis per la classe dirigente del Botteghino: «La parabola di quella generazione politica (...) potrà dirsi felicemente conclusa solo se l’occasione sarà colta per aprire porte e finestre alla propria successione». Ovvero suicidarsi.