«D’Alema sbaglia sulle coop Servono prudenza e decoro»

«Lui e Bersani dovevano stare zitti su Consorte: trattava con i furbetti, forse pensava di essere un furbone»

Luca Telese

da Roma

Professor Pasquino, lei è uno di quelli che attende da mesi le dimissioni di Fazio, aveva intuito che stava per capitolare?
«Devo dire che ieri, leggendo i giornali, mi sono reso conto che lo avevano scaricato tutti, ma proprio tutti».
A chi si riferisce?
«Al suo mondo. Quando ho letto qualcuno che diceva: “Attenzione, lui non è dell’Opus dei, milita solo nei legionari di Cristo eh, eh, eh...” ho capito che era proprio cotto».
Cosa lo ha costretto a capitolare?
«Interpretazione ovvia: Fiorani che parla. Interpretazione maliziosa: si è deciso dopo averne discusso con chi conta».
Chi?
«Qualche suo referente. È chiaro che la Lega lo ha scaricato, e l’Udc pure. Adesso temo che sarà difficile persino trovargli un posticino in Europa».
Che ripercussioni ha su Tremonti questa storia?
«Solo positive. È la sua grande vittoria: lui ha sempre combattuto Fazio, potrà dire di aver avuto ragione su tutto».
E sull’Unipol?
«Meno buone. Anche perché adesso Consorte dovrà spiegare e chiarire fino in fondo i suoi rapporti con Fiorani».
Possiamo dire in «tangentopolese», che Consorte non poteva non sapere?
«Era obiettivamente difficile per chiunque - credo - sapere tutto quello che è emerso ora. Certo, lui qualche elemento in più di noi lo aveva: e visto che trattava con i furbetti, deve perlomeno aver pensato di essere un... furbone».
Professore, lei questi dirigenti li conosce da una vita, le costerà questa affermazione...
«Non c’è nulla di offensivo, e sono abituato a dire quello che penso: non sono molto amato per questo, come lei sa».
Allora per fare carambola le chiedo anche un giudizio sull’atteggiamento dei Ds sull’inchiesta.
«Sbagliato».
Anche stavolta un giudizio netto. Le costerà il saluto di qualcuno?
«È basato sul loro atteggiamento, però. Detto senza giri di parole: D’Alema e Bersani avrebbero dovuto stare zitti».
Perché?
«Per senso del decoro. Ma anche per prudenza».
Cosa dovevano fare, secondo lei?
«Avrebbero dovuto dire: aspettiamo a vedere le cose, vediamo cosa emerge dall’inchiesta, noi non siamo coinvolti».
E invece?
«Hanno fatto l’opposto: Bersani di meno, D’Alema di più».
Lei sta salvando Fassino?
«Sì. Almeno lui è stato sobrio ed elegante. Ha fatto bene così, quando gli chiedevano l’ha messa sul piano teorico».
E D’Alema e Bersani perché non l’hanno fatto?
«Non per motivi di soldi, tanto per esser chiari e lo scriva: non è necessiaramente un problema economico, questo».
Per una collateralità dovuta a cosa, allora?
«Alla loro storia. L’Unipol è ancora una cooperativa rossa, contano amicizie, simpatie, legami consolidati nel tempo che uniscono il gruppo dirigente diessino e quello delle coop».
Due direttori come Mieli e Mauro hanno detto senza perifrasi che il problema dei Ds è quello di essere dei post-comunisti.
«Vero».
Che i Ds non hanno saputo fare i conti con la propria storia.
«È giusto, anzi giustissimo».
Angius risponde che è in corso un attacco pretestuoso alla Quercia, che contesta lo stesso diritto dei Ds ad esistere.
«Forse in questo caso farebbe meglio a tacere: hanno fatto troppo poco, e troppo tardi. E lo sanno».
Lui potrebbe rispondergli di aver chiuso con la storia del comunismo nel 1989, quando è diventato socialdemocratico.
«È una palla, e anche questo lo sanno benissimo, sia Angius, sia tutti gli altri».
Mauro e Mieli sottolineano criticamente il fatto che gli uomini della Quercia vengano quasi tutti dalla storia del Pci.
«È difficilmente contestabile. In questi anni, sul piano dell’identità riformista, da parte dei Ds abbiamo visto solo dei timidi passettini. Però mi lasci aggiungere una cosa».
Prego.
«Di alcuni critici mi stupisco: non di Mieli, che a dire il vero queste cose le dice da decenni. Piuttosto Mauro, che fino a ieri era molto prodigo di aperture di credito a quel gruppo dirigente».
Ci teneva a farsi un nemico in più, professore?
«Non si preoccupi: diciamo che è un sentimento critico reciproco, quello fra me e La Repubblica».