D’Alema, schiaffi al premier. Ieri lo ringraziava

Ingratitudine: trombato come ministro degli Esteri Ue, il notabile del Pd dimentica l’appoggio di Berlusconi e lo accusa di non contare nulla in Europa. Così trasforma una bocciatura personale in una sconfitta del proprio Paese e di chi lo guida

Si può cambiare il nome non il proprio destino. Quello di Massimo D’Alema è di essere un comunista. Bocciato dall’Europa, tradito dai compagni, fedele agli insegnamenti ricevuti non poteva far altro che accusare il governo italiano, che si era speso per farlo diventare Mr. Pesc, di non contare nulla: «L’esito della vicenda delle nomine per l’Unione europea ha riportato dentro una logica di bilancini e compensazioni esclusivamente legati agli interessi dei maggiori Paesi europei, tra cui non figura l’Italia».

In parole povere D’Alema vuol dire che non hanno bocciato lui. Non si può bocciare il leader Maximo, il baffo di ferro, l’orgoglio di quelli che non hanno abdicato, che ancora credono alla superiorità della sinistra. Lui, ferrato negli intrighi della politica italiana, come ha scritto recentemente il Financial Times, non può accettare di passare per uno sprovveduto in Europa, vittima di una cospirazione socialista guidata da un Martin Schulz qualsiasi.

Meglio trasformare una bocciatura personale in una sconfitta del proprio Paese e di chi lo guida. E se qualcuno dovesse rinfacciargli le sue parole di ringraziamento, rivolte con tono insolitamente cordiale, a Berlusconi «sono grato al governo per l’appoggio alla mia candidatura come ministro Esteri Ue», lo stesso D’Alema può sempre ribattere con il suo fare sprezzante che quelle non erano altro che frasi di circostanza ad uso del popolo. Solo fumo, insomma. Proprio come l’arroganza della propria considerazione. Ma c’è anche chi racconta di una sua telefonata al ministro degli Esteri Frattini per esprimere comunque tutta la propria gratitudine al governo italiano e il proprio risentimento verso gli intrighi del Pse e i veti inglesi. Spazzatura, naturalmente. Un professionista come lui non avrebbe mai regalato il proprio disappunto all’avversario politico. Lui, il leader di ghiaccio, non sarebbe mai stato così stupido da uccidere il proprio futuro internazionale con una dichiarazione di rabbia.

Il risentimento appartiene agli sconfitti. Lui, Massimo D’Alema, è un vincitore. E se c’è un’Europa che non ha voluto approfittare della sua superiore statura, c’è un’altra Europa che potrebbe dargli un premio di consolazione, la bamboletta regalo. Quindi meglio ingoiare il rospo e sorridere alla favola raccontata da Schulz. C’è sempre una delle 41 vicepresidenze dell’Internazionale socialista da difendere. Vicepresidenza. Perché anche se ha cambiato il nome del proprio partito, Massimo D’Alema agli occhi dell’Europa è un ex comunista. E i socialisti non daranno mai la presidenza dell’Internazionale a un ex comunista.