D’Alema: «Soldati a casa entro l’autunno»

Non parla di inviare missioni civili: «Ora ci vuole un passaggio di consegne ordinato»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Si destreggia abilmente Massimo D’Alema all’esordio di fatto da ministro degli Esteri. Sbarca a Bagdad, sale fino a Suleimanyia (Kurdistan) e accarezza per il verso giusto del pelo le barbe dei dirigenti iracheni: ritiro militare «graduale e concordato», accoppiato da impegni italiani per una maggior crescita economica e in più una immediata iniziativa umanitaria con un «progetto pilota» in campo sanitario che permetterà a breve il trasporto in Italia di 60 bambini con famiglie che verranno curati nel nostro Paese.
Se a tutto questo ci aggiungete una piccola ma significativa frase rivolta agli Usa («Con loro abbiamo un rapporto consolidato di amicizia e di alleanza») e l’invito fatto personalmente al suo collega Hoshyar Zebari di recarsi lunedì in Lussemburgo per prender parte al vertice dei ministri degli Esteri Ue, ecco che il risultato del vice-premier, alla fine della giostra, è tutt’altro che disprezzabile. Solo che fin qui si tratta di sole parole. E che sulla riva del fiume sono in tanti ad attendere che maturino in fatti. Gli iracheni si mostrano abbastanza disposti ad accettare il ritiro del nostro contingente, motivato da D’Alema - in più di una occasione - dal fatto che «l’opinione pubblica italiana non è favorevole alla permanenza delle forze militari in Irak». Ringraziano l’Italia i dirigenti iracheni: «Vi saremo sempre grati», dicono, aggiungendo di auspicare che, quando sarà il momento, sapranno far da soli. Ma di tempi e modalità, nei colloqui che il titolare della Farnesina ha avuto ieri nella capitale col collega Zebari, col premier Nuri Al Maliki e col presidente del Parlamento Mamhud Al Mashadani e poi, volato in Kurdistan, col presidente della Repubblica irachena Jalal Talabani, non c’è traccia alcuna. Si vedrà, anche perché - come ha spiegato - «è operazione tecnicamente difficile riportare a casa i molti militari e i molti mezzi che qui abbiamo». Bisogna concordare le cose al meglio: con gli iracheni stessi, con gli inglesi, con gli americani. «Abbiamo un mandato degli elettori. Entro autunno i soldati tornano a casa» le parole che sono tornate periodicamente sulle labbra di D’Alema. Che si è guardato comunque bene dal far rilevare che era quanto aveva già messo nero su bianco il governo Berlusconi.
Così aspettano i governanti di Bagdad di capire meglio quando e come si realizzerà il ritiro da Nassirya. Né sono gli unici ad attendere gli sviluppi di una complessa trattativa. A Roma buona parte della sinistra è in fibrillazione all’idea di mantenere le truppe. A Londra (la regione controllata dagli italiani è sotto comando inglese) attendono il colloquio tra Parisi ed il ministro della Difesa britannico. E anche a Washington - come ha confermato ieri l’ambasciatore americano a Roma Richard Spogli - sono in attesa «ansiosa» del faccia a faccia che D’Alema avrà alla fine della prossima settimana con Condoleezza Rice.
Più tranquilli, almeno in apparenza, proprio gli iracheni. D’Alema del resto si è speso in lungo e in largo per tranquillizzarli. Ha sì evitato (diversamente da Parisi) di impegnarsi in ipotesi di missioni civili, visto che tutti hanno chiaro come per la loro difesa ci vorrebbero comunque truppe armate, data la mattanza continua. Ma ha parlato di accordo economico bilaterale da firmare a Roma, si è impegnato in progetti di institution building attraverso corsi di formazione che si potrebbero fare nella penisola. Ha avviato un impegno in campo sanitario. Ha promesso che l’Italia sarà sempre al fianco del governo eletto democraticamente e che si attiverà in tutte le sedi, a cominciare dall’Onu e dalla Ue, perché si mettano concretamente in pista progetti per la pacificazione e lo sviluppo dell’Irak. Che ieri fosse un giorno fortunato per il nostro ministro degli Esteri lo dimostra il fatto che il commissario europeo Ferrero Waldner annunciava intanto a Bruxelles nuovi impegni dei 25 a favore di Bagdad, nonostante le condizioni del Paese restino difficilissime. Si parla di nuove robuste iniezioni di milioni di euro da destinare alle forze di sicurezza, ai servizi di base e alle principali infrastrutture.