D’Alema sordo all’appello d’Israele: «Errore isolare il governo palestinese»

La Norvegia tende la mano ad Hamas, la Farnesina pronta a seguirne l’esempio, l’Europa tentenna

La prima breccia nel già screpolato muro del boicottaggio internazionale la scava il vice ministro degli Esteri norvegese Raymond Johansen. Domenica il premier israeliano Ehud Olmert aveva chiesto alla comunità internazionale di confermare l’isolamento del nuovo governo di coalizione palestinese. Ventiquattro ore dopo il vice ministro norvegese è già a Gaza pronto a stringere la mano del primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, e a promettere la ripresa degli aiuti economici. Visita di poco conto, ripetono gli israeliani ricordando che la Norvegia non fa nemmeno parte dell’Unione Europea.
Ma sembra la favola della volpe e dell’uva. Tutti sanno che la trasferta di Johansen non è un’avventura isolata e che per i palestinesi la Norvegia non è la San Marino della diplomazia. Da Oslo passarono gli accordi di pace del 1994. Da Oslo e attraverso Oslo potrebbe passare il grande ritorno dell’Unione Europea e dei suoi finanziamenti. A progettarlo – in vista di un addio alla politica del Quartetto diplomatico (Onu, Russia, Ue e Usa) - c’è tutto l’asse franco-italo-spagnolo.
Per capirlo basta origliare alle porte della Farnesina, dove il ministro degli Esteri Massimo D’Alema definisce «un errore chiudere la porta di fronte alla novità del governo di unità nazionale palestinese, semmai - precisa il ministro - si deve incoraggiare il governo palestinese a essere coerente compiendo da subito gli atti necessari per fermare ogni forma di violenza, a cominciare dal rilascio del militare israeliano rapito».
Anticipando le posizioni dell’ “asse filo-palestinese” all’interno della Ue, D’Alema glissa sul mancato riconoscimento d’Israele, sulla mancata rinuncia alla violenza e sulla mancata ratifica degli accordi di pace pregressi. Quel governo «non nasce esattamente sulla piattaforma da noi auspicata», nota il vicepremier, liquidando come un dettaglio il mancato rispetto dei tre princìpi cardine fissati dal Quartetto per il riconoscimento del governo dell’Anp.
D’Alema sembrava, inizialmente, essersi spinto anche più in là nell’ignorare le raccomandazioni del Quartetto. Nel corso di una telefonata con Haniyeh, citata da un comunicato della presidenza del consiglio palestinese, il ministro degli Esteri si sarebbe congratulato per la costituzione del governo di unità nazionale palestinese, confermando «l’amicizia del popolo italiano». Ribadendo inoltre «il diritto alla libertà dei palestinesi ed esprimendo sostegno al nuovo esecutivo». La telefonata apparsa immediatamente in rottura anche con la linea ufficiale della Ue è stata però seccamente smentita dalla Farnesina.
A questo punto molti osservatori attendono solo il cambio di rotta della Ue e la conseguente inevitabile frattura all’interno del Quartetto. In quella sede Onu e Russia, già favorevoli alla fine dell’isolamento dell’Anp, potrebbero avvalersi dell’appoggio europeo per archiviare la politica del rigore propugnata da Washington. Molti analisti americani concordano tuttavia nel non bocciare tout court il dietro front europeo. Soprattutto se aiuterà a contrastare l’influenza iraniana su Hamas e a rafforzare il tentativo dei Paesi arabi moderati di rilanciare il cosiddetto piano di pace saudita.
Secondo quest’interpretazione, la riapertura dei rubinetti finanziari europei ridimensionerebbe gli aiuti di Teheran e la sua capacità di manovrare la dirigenza di Hamas dando più spazio all’influenza moderatrice di Arabia Saudita, Bahrain, Egitto e Giordania.
A dimostrare quanto arduo sia il cammino contribuisce però il doppio attacco, sferrato nella Striscia di Gaza dall’ala militare di Hamas che, rompendo la tregua dichiarata dall’ala politica, prima ferisce un civile israeliano al valico doganale di Karni e poi spara due bombe di mortaio contro l’esercito. Segnali inequivocabili, secondo il governo Olmert, di quanto lontano sia il nuovo governo palestinese dal metter fine alla violenza e dal riconoscere Israele.