D’Alema suona la ritirata poi è costretto alla smentita

Massimo Introvigne

Dopo avere dato l’impressione che l’Italia volesse scappare dall’Afghanistan, parlando in un’intervista di «ripensamento» della missione, D’Alema è volato a Kabul per rassicurare il presidente afghano Karzai. Non si ritirerà nessuna truppa, ha precisato, ma si organizzerà una «conferenza di pace» fra le parti interessate. A D’Alema hanno insegnato fin da ragazzino, nelle scuole di partito comuniste, che quando non si sa bene cosa fare si può sempre convocare una «conferenza di pace». Era una specialità dell’Unione Sovietica: non solo si scattavano delle bellissime fotografie ma si potevano sempre denunciare gli americani, renitenti a partecipare a quelle che consideravano perdite di tempo inutili, come imperialisti guerrafondai. Karzai, naturalmente, per cui i soldati italiani sono indispensabili, ha abbozzato e ringraziato.
Quella di D’Alema è una magnifica idea. Manca solo un piccolo pezzo. Per riunire tutte le «parti interessate» bisogna invitare Bin Laden e il mullah Omar. Per tre buone ragioni. Perché il Waziristan, dove sembra proprio che stiano, non è troppo lontano dall’Afghanistan e non si rischia di disturbali troppo (sono persone che, quando si sentono disturbate, tendono a reagire con una certa vivacità, come hanno fatto da poco sapere alla Casa Bianca). Perché neppure una commissione composta da Michael Moore, Diliberto e Bertinotti negherebbe che Al Qaida fosse massicciamente presente in Afghanistan quando cominciò, con tutti i timbri e i bolli dell’Onu, la guerra che rovesciò i Talebani. E perché nelle regioni montagnose più difficili da controllare del paese Al Qaida c’è ancora. Anzi, c’è sempre di più ed è grazie ai terroristi accorsi da tutto il mondo sotto le bandiere di Bin Laden che i Talebani si sono riorganizzati e controllano di fatto intere zone del Paese, d’interesse non solo strategico ma anche economico perché lì si coltiva l’oppio che, spacciato sotto forma di eroina agli infedeli, finanzia tutto il terrorismo islamico internazionale.
La verità è che bisogna davvero «ripensare» la missione internazionale in Afghanistan. Nel senso che bisogna aumentare, forse di molto, il numero dei soldati occidentali presenti, e cambiare le regole d’ingaggio perché soldati che non sparano e non attaccano vanno bene per mantenere l’ordine pubblico nel Kosovo - forse non a Napoli, dove infatti il nostro governo non li manda - ma certamente non nelle zone dove imperversano le feroci bande di Al Qaida, dei Talebani e dei signori della droga.
Per l’Afghanistan non vale nemmeno l’alibi che «l’Onu non vuole». L’Onu, per una volta, vuole, e le sue agenzie che si occupano di droga considerano lo scioglimento del nodo fra oppio e terrorismo in Afghanistan la loro priorità numero uno. Solo che D’Alema non può prendere impegni per l’Italia. Può solo dire una cosa oggi e smentirla domani, temporeggiare e rimandare con le «conferenze di pace», cercare - ma invano - di evitare figuracce internazionali. Perché se dice sì all’Onu e garantisce un impegno militare continuo nel tempo e rafforzato, in Italia lo aspettano non per seguirlo ma per inseguirlo con il bastone della minaccia di caduta del governo Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione. Gli afghani saranno anche montanari, ma perfino loro hanno capito che qualunque dichiarazione di questo governo italiano vale al massimo per ventiquattr’ore e non si può prendere in nessun modo sul serio. Se ne sono ormai resi conto anche gli americani. Quanto agli italiani, lo sanno dal primo giorno di governo Prodi.