D’Alema torna cattivo: stop a Prodi e Veltroni

«Il governo non rischia solo perché non ha alternative La sua debolezza è una debolezza di messaggio»

da Roma

Parla Massimo D’Alema, ed è un piccolo terremoto. Parla, in una intervista al Corriere della sera, ed è lui stesso a usare toni apocalittici, a dire senza giri di parole: «Rischiamo di essere travolti, come la prima Repubblica».
Parla D’Alema. E ovviamente a molti fischiano le orecchie. Ce n’è per «Walter» (ovviamente Veltroni, che dopo mesi di appeasement torna «in disgrazia» agli occhi del leader maximo), per Romano Prodi, per i sindacati, per il non citato (ma riconoscibilissimo) Carlo De Benedetti... Un’ira di Dio di intervista, che ovviamente, a partire da oggi sarà smussata e attenuata. Ma che ovviamente resta.
Ma cosa ha detto il presidente dei Ds? Nella chiusura della sua esternazione a Maria Teresa Meli, tanto per dire, regalava un paio di staffilate al sindaco di Roma. «Per il leader del futuro c’è un nome che gira sui giornali - chiede la Meli - quello di Veltroni». E lui, gelido: «Io ritengo che questa condizione di candidato predestinato così fortemente sponsorizzato dai giornali lo danneggi moltissimo». Non finisce qui: «Fossi in lui mi preoccuperei». E poi, chiudendo il tema: «A Walter mi sono sempre permesso di consigliare calma e prudenza, di non mettersi nelle mani frettolose di qualche king maker» (ovviamente si riferisce all’«Ingegnere»). Ma ovviamente ce n’è anche per il premier, a cui D’Alema allude in maniera trasparente: «La debolezza del governo è una debolezza di messaggio». Qual è l’unico motivo per cui D’Alema crede «Che il governo non sia a rischio»? Questo, non proprio esaltante: «Perché non c’è un’alternativa». A tratti il fraseggio del ministro degli Esteri sembra quasi apocalittico: «È in atto una crisi di credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni Novanta segnarono la crisi della prima Repubblica». Caspita.
E i sindacati? Anche su di loro si abbatte la mannaia di D’Alema: «Io ho un grande rispetto per i sindacati, però hanno perso anche loro lo slancio che ha caratterizzato l’azione del movimento sindacale, che era una forza generale che si faceva carico dei grandi temi dello sviluppo del Paese». Ma oggi invece, per il leader maximo dei Ds... «Oggi non è così. Il sindacato è molto più focalizzato sulla tutela di interessi legittimi, ma di natura particolare. Questo vale anche per la Confindustria, ovviamente». Infine il benservito (non troppo caloroso) a Prodi: «Lui è il padre fondatore del Pd che completa con questa legislatura la sua esperienza politica». E il nuovo leader: «La scelta non è cosa di ora, ma ovviamente non aspetteremo il 2011». La cosa certa è che lui nel nuovo partito intende contarsi, e già lo annuncia: «Se siamo delegati di diritto non va bene perché rappresentiamo il ceto politico che riproduce se stesso. Se ci sottoponiamo alle elezioni non va bene... Possiamo solo farci fucilare». Poi, di nuovo rivolto alla giornalista: «Guardi che io non ho una funzione nella vita pubblica perché sono stato imposto dall’alto: io ho il consenso di una parte del Paese, sennò non conterei nulla». Poi, quasi sarcastico: «Alle Europee ho preso 834mila preferenze, non perché sono stato imposto dal Pcus».
Insomma, ce n’è per tutti. Anche perché il ministro degli Esteri non smentisce l’ipotesi di una sua lista all’Assemblea costituente del Pd, voce che circola in queste ore anche sulle bocche dei suoi fedelissimi. Così, mentre Piero Fassino pare in solitudine per la sua trattativa per la liquidazione dei Dico, D’Alema rilancia la sua personale leadership con toni di grandeur che non si sentivano da anni. E che ovviamente suscitano reazioni diverse. È scettico Nicola Rossi, economista indipendente nell’Unione, uscito dai Ds: «Sono lieto che si arrivi a conclusioni cui noi eravamo arrivati da tempo, ma osservo che la politica che dice che c’è un problema e non fa nulla per risolverlo è proprio il problema». Ed è a dir poco infastidita la reazione del sindacato: «Potrei rispondere - dice il leader della Fiom Giorgio Cremaschi intervistato da Lucia Annunziata - che anch’io rimpiango i politici di una volta, la politica è in una tale crisi di prospettive... L’accusa di D’Alema - conclude Cremaschi - è assolutamente ingenerosa: in questi anni il sindacato ha fatto anche troppo». È l’unico a dire quel che molti pensano.