D’Alema vuole le nozze con i cinesi ma Prodi lo stoppa

Il vicepremier: «La collaborazione con la compagnia di bandiera asiatica può essere l’occasione di rilancio»

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Shanghai

Alitalia, perché no? Massimo D'Alema preferirebbe chiamarsi fuori dal risiko sulla compagnia di bandiera, rilevando che spetta alla società decidere quel che è giusto fare, ma si dice favorevole all'idea lanciata da Prodi per una intesa con una grande linea aerea asiatica. «La questione è delicata, ma credo - si lascia scappare - che la cooperazione con la compagnia di bandiera cinese potrebbe essere occasione di un rilancio per la nostra azienda». «Abbiate pazienza ancora un po di tempo e si preparerà un piano per Alitalia con le soluzioni necessarie: non c'è mai una soluzione sola, stiamo lavorando in più direzioni», spiega in serata Romano Prodi da Algeri.
Finisse con un matrimonio aereo, avrebbe un senso la missione di tre giorni di D’Alema nell’ex celeste impero in cui, almeno fin qui, si è combinato pochino. Perché il ministro degli Esteri, a chi gli chiede cosa sia alla fine «quagliato» alla vigilia del ritorno a Roma, risponde che «il fondo bancario italo-cinese per l'acquisto di società nei due Paesi è importante» così come il possibile appoggio cinese all'ipotesi dell'Expo di Milano del 2015 che dovrebbe seguire proprio la Shanghai del 2010 in cui l'Italia si presenterà in forze, ma gli tocca aggiungere come a questo punto «dipende anche da noi», e cioè dalle imprese italiane, far decollare concretamente i memorandum d'intesa. «Dobbiamo presentare ai cinesi delle opportunità», ammette.
Ma non è questo il solo punto dolente del diario di bordo. Perché D'Alema, fin qui molto prudente nella disamina delle posizioni dell'ospite - tant'è che dopo i faccia a faccia coi rappresentati del governo si era limitato a fare un rapido cenno di sostegno alla richiesta Ue che Pechino mostrasse un pizzico di maggior coraggio sui diritti umani - ieri è andato oltre. Esplicitando la sua delusione per «l’evoluzione troppo lenta sullo stato di diritto» dei cinesi (anche se ha aggiunto che se lo aspettava) e criticandoli apertamente per le intese da loro trovate col governo sudanese il che permette al regime di Khartum o comunque ai suoi seguaci di proseguire nello sterminio di civili nel Darfour. «Agli amici le cose bisogna dirle chiaramente. E come ho fatto anche in altre occasioni - ha detto a Shanghai, dove era arrivato per la tappa finale della missione - ritengo vada detto anche a loro che non si possono concedere aiuti a chi non rispetta i più elementari diritti della democrazia».
Accanto all'ammissione della perseveranza in qualche errore da parte cinese, D'Alema ha comunque detto di aver potuto verificare anche fatti nuovi e positivi. Intanto ha lodato la «piena sintonia» che i cinesi hanno raggiunto con gli Stati Uniti sulla vicenda del nucleare coreano, e ha poi messo in evidenza che Pechino è pienamente disposta a votare sanzioni a Teheran sull'arricchimento dell’uranio, «ma non come fine bensì come strumento per tornare al dialogo». In Cina l'idea che paesi vicini possano dotarsi di atomiche non piace per nulla; e l'annuncio del governo giapponese (giusto di ieri) di pensare a sua volta dare il via al nucleare militare, sia pure per soli scopi di autodifesa, pare destinato ad accrescere la contrarietà cinese e, dunque, a saldare maggiormente le fila tra Usa, Europa, Cina e Russia.
Del resto D'Alema ritiene che Pechino, finita la fase dell'autoisolamento, debba ora essere più presente negli scenari di crisi. Lo ha fatto in Libano, inviando un contingente, ma deve farlo più frequentemente in modo da garantire quella «stabilità» che era e resta il suo obiettivo. E in questo senso, pur non mostrando delusione, il ministro è parso dispiaciuto dello scarso interesse mostrato da Pechino alla sua idea di una conferenza regionale sull'Afghanistan. Così come è parso parecchio perplesso su una fuoriuscita concordata sull'Irak. Anche se, naturalmente, non ha evitato un pizzico di compiacimento per il fatto che anche Bush, alla fine, ha dovuto riconoscere l'errore compiuto.