D’Ambrosio apre al Polo: «Intesa sulla giustizia»

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Bisogna ridisegnare la giustizia, soprattutto quella civile, sarebbe quindi opportuno che Prodi & C. trovassero un tavolo di intesa comune ai tecnici del Polo, lasciando alle spalle reciproci pregiudizi. A sorpresa porge questo ramoscello d’ulivo non un politico consumato nelle mediazioni ma uno dei magistrati tra i più contestati in passato dalla Cdl. La proposta arriva infatti da Gerardo D’Ambrosio, già procuratore di Milano e coordinatore di Mani pulite quando nel 1994 la Procura di Milano notificò a Napoli all’allora presidente del Consiglio Berlusconi un avviso di garanzia durante il simposio dell’Onu contro la criminalità organizzata. Oggi D’Ambrosio è un neofita del Senato essendo stato appena eletto a Palazzo Madama per i Ds. Lì, con ogni probabilità, sarà scelto come membro della commissione Giustizia.
Allora, battesimo del dialogo con chi la criticava quando era magistrato e che oggi troverà all’opposizione, sempre che i risultati elettorali saranno confermati?
«Io ripongo fiducia nella discussione e nel confronto, credo quindi, anzi sono sicuro che si possa trovare un accordo sulle riforme che la giustizia attende».
D’Ambrosio, dopo gli scontri negli anni passati fa un certo effetto sentirla parlare così...
«Il mio è un discorso di opportunità. Bisogna legiferare nell’interesse del Paese, accantoniamo quindi determinate pregiudiziali e rendiamo i processi più snelli. Il faro da seguire deve essere proprio questo: l’interesse dei cittadini, tutto il resto è marginale».
È quindi pronto ad accettare una proposta di Forza Italia, a farla anche sua?
«Al Senato la maggioranza è risicata ma se ci sono punti che incontrano il consenso di tutti, l’idea buona finisce per essere vincente da chiunque venga».
Armarsi di buone intenzioni è lo spirito giusto. Bisogna poi vedere quanto dura. Alcuni suoi colleghi di partito, ad esempio, ritengono che per prima cosa bisogna abolire le leggi sulla giustizia approvate nella passata legislatura. È d’accordo?
«Andranno esaminate ad una ad una ma non costituiscono una priorità».
Nessun intervento quindi?
«Guardi, i guai della giustizia sono altri... Anche se la legge Pecorella va rivista perché rischia di lasciare solo il giudice in zone ad alta densità mafiosa e perché prevede la possibilità di introdurre nuove prove in Cassazione. Mi sono già confrontato con Pecorella e con Fontana della Lega».
Nella sua agenda ideale quali sono gli interventi prioritari da attuare?
«Tutti quelli che rendono la giustizia certa e rapida. Meglio l’applicazione di una condanna più mite in tempi rapidi piuttosto di una condanna pesante che non viene mai espiata. Nel campo civile penso invece che il rilancio dell’economia passa anche tramite la giustizia. Le aziende sono penalizzate dai tempi lunghissimi e incerti. Bisogna aggiustare anche le regole dei mercati finanziari. Cioè rinforzando la fiducia dei risparmiatori, la legge sulla tutela del risparmio, rendendo le leggi più severe e attribuendo più potere alla Consob».
E nel penale?
«Anche qui rendere più rapidi e certi i processi. Inutili i procedimenti con grandi istruttorie quando poi la prova si forma a dibattimento. Per prima cosa bisogna rivedere il sistema delle notifiche, evitando rinvii che derivano dai difetti di notifica. Bisogna introdurre sistemi di notifica adeguati ai tempi come quelli telematici. Sospendere i processi inutili, come agli irreperibili. Non passare più dal gip per i fermati e gli arrestati in flagranza. Direttamente dal giudice: se confessa viene condannato, altrimenti viene fissato il processo entro 20-40 giorni. Ancora: introdurre le udienze di smistamento con fissazione concorde tra le parti del calendario delle udienze da tenersi tutti i giorni della settimana. Per evitare inutili rinvii».
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