D’Annunzio? Troppo moderno per Chiara

La biografia di Gabriele d’Annunzio pubblicata da Piero Chiara nel 1978 ebbe molto successo e pochissima utilità per gli studi dannunziani. Nella mia recente biografia del Vate – per fare un esempio - Chiara viene citato due volte, una per la splendida descrizione della Roma di fine Ottocento, un’altra per la curiosa definizione dell’attività sessuale di d’Annunzio, detta «istituzionale». Chiara non afferrò né la modernità di d’Annunzio né la complessità del personaggio, tutt’altro che un semplice decadente bensì il precursore di una cultura e di stili di vita che andarono ben oltre il fascismo, fino a farne uno dei grandi libertari del Novecento. La biografia piacque perché Chiara era un bravo scrittore, certo, e puntiglioso nel descrivere quasi giorno dopo giorno la vita del biografato. Ma piacque anche perché era carica di un’antipatia antidannunziana ancora di moda nel 1978. E anche perché insisteva fin troppo proprio su quelle attività sessuali, peraltro deprecate dal Chiara perbenista e moraleggiante.
Il quasi-inedito pubblicato l’altroieri dal Giornale (l’introduzione a una parte delle lettere inviate a Barbara Leoni) ne è la conferma. Benedetto Croce, antidannunziano spietato ma di sostanza, definì quelle lettere «il più meraviglioso epistolario d’amore», mentre per Chiara si trattava di un qualcosa “tra realismo e sozzeria”. Già la definizione di “sozzeria” fa venire i brividi a chi – e credo che ormai siamo i più – considera perfettamente lecito e pulito qualsiasi comportamento sessuale fra adulti consenzienti. Non si capisce, inoltre, come l’«ossessiva sensualità» di d’Annunzio, «con tutte le sue componenti psicopatologiche», possa essere associata a una «natura primitiva» riconducibile «a un mondo faunesco di pastori abruzzesi». La sessualità di d’Annunzio era tutta cerebrale, quali che fossero le sue attuazioni pratiche: basterebbe pensare a quanto gli piaceva farsi «maculare di morsi» mentre stava appoggiato a un albero «come un San Sebastiano». Inoltre Chiara trascurò di sottolineare che Barbara, tutt’altro che uno stinco di santa, riuscì nella difficile impresa di far disperare per gelosia un d’Annunzio innamorato: «Risparmiami la vista delle tue lividure. Io non so pensarci senza raccapriccio», le scrisse dopo avere scoperto sul corpo della donna segni non lasciati da lui.
A Chiara sfuggì che in d’Annunzio sessualità e letteratura sono legate inscindibilmente, che l’una nasce dall’altra e viceversa. Lo scrisse lo stesso interessato, che vede nella forza della propria sessualità «là donde è per sorgere la mia potenza di domani, là dov’è per formarsi tutta la ricchezza del mio destino. Se mi guardo bene a dentro, dalla voce che sola mi giova ricevo il maschio comandamento di non mai reprimere, di non mai opprimere questa forza spaventosa e portentosa che è all’origine di tutta la mia prole spirituale, di tutta la mia progenie geniale. La mia divinazione mi fa certo che, oggi e domani e fino al transito, l’opera di carne è in me opera di spirito, e che l’una e l’altra opera concordano nell’attingere una sola unica bellezza» (Lo splendore della sensualità, 1924). Insomma, se ci piace l’Alcyone è bene sapere che lo dobbiamo anche a quella sessualità che disturbava Chiara, e non soltanto lui.
Quanto al d’Annunzio descritto come fosse soprattutto un erotomane maniacale, è il caso di rilevare che – per lavorare alle sue opere, tante e straordinarie – era capace di rinunciare lungamente alle gioie del suo «gonfalon selvaggio». Per stendere Il piacere, rinunciò anche alla compagnia di Barbara, ritirandosi per mesi in un ex monastero sperduto, in clausura volontaria, tetragono alle lusinghe minacciose dell’amante che gli chiedeva di raggiungerla. Ecco una delle risposte, tutte simili: «Io sono risoluto di non muovermi di qui se non avrò finito, perché ora amo il mio libro sul quale ho sudato e spasimato». Forse, se Luigi Pirandello avesse letto qualcuna di quelle lettere, avrebbe evitato di dichiarare, riferendosi a d’Annunzio, che «la vita o si scrive o si vive». E se Chiara avesse amato di più le opere di d’Annunzio, avrebbe avuto più comprensione anche per le sue allegrie, tutto sommato così innocenti.
Giordano Bruno Guerri
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