D’Antoni e il futuro azzurro «Salvate il progetto Recalcati»

Oscar Eleni

da Belgrado

La sgradevole sensazione di sentirsi degli intrusi nell’europeo dove l’Italia è uscita in lacrime, mentre altri, come serbi e turchi, hanno chiuso facendo a pugni. Per farci consolare stiamo un po’ vicino a Mike D’Antoni che qui ha trovato tappeti rossi, mentre la pioggia non rendeva più respirabile l’aria, perché gli allenatori serbi lo hanno voluto per una lezione sul regista, e chi se no?, lezione che hanno dato anche Pesic, la guida di Roma, molto dispiaciuto per il disastro della Serbia, e Magnano, l’argentino che dirige Varese. Maniche corte, seta nera e pantaloni neri, eleganza non certo imparata in Arizona, adatti comunque all’atmosfera generale. Con Mike c’è anche Colangelo, pure lui relatore, l’uomo che lo ha voluto a Phoenix, il manager che guiderà pure la nazionale americana dove D’Antoni sarà uno dei viceallenatori. Questi due giorni europei gli serviranno per avere informazioni che in passato gli americani trascuravano. Per fare luce al carissimo Arsenio c’è il fedelissimo Marco Crespi, ancora scombussolato per il contratto con la Fortitudo volato via senza una spiegazione che, probabilmente, avrà soltanto dagli avvocati visto che ormai la causa è partita.
Crespi continua la sua collaborazione con i Phoenix Suns in attesa di capire un po’ meglio cosa farà in futuro. Per adesso scherza, ride e lavora con D’Antoni, niente male, prendendo appunti più accurati durante Francia-Lituani su Boris Diaw Riffiod, il ventitreenne transalpino di sangue reale, madre grande pivot degli anni settanta, padre campione di salto in alto senegalese, che l’anno prossimo potrebbe entrare nell’organizzazione dei Suns pronto a battersi contro il suo grande amico Parker e con San Antonio se gli daranno questa possibilità.
Vista sull’Europa che conta, con il rammarico di non poter vedere in campo l’Italia come forse speravano anche Vieri e Favalli, arrivati qui per lanciare una nuova linea di abbigliamento, accompagnati da Stankovic, Adriano, Mihajlovic. Voli in ritardo, cena in ambasciata. Niente basket per loro. Ma torniamo a D’Antoni che può comprendere certe situazioni, avendole vissute con la nazionale a fine carriera, nel 1991, anche se non ha cose speciali da dire né sull’Italia né sulla crisi di Bulleri: «Capita di sentirsi il peso della responsabilità sulle spalle, può succedere che le cose non vadano bene, ma questo non cancella certo l’ottimo lavoro che ha fatto Recalcati, la cosa importante è che vadano avanti certi progetti. Su Bulleri non so niente (lo dice guardando negli occhi Maurizio Gherardini, il manager della Benetton che lo ha visto andare in crisi prima del trasferimento a Milano, ndr), sono tre anni che non gli parlo, l’unica cosa che posso dire è che se non è al meglio fisicamente allora non si sente tanto sicuro».
Inutile chiedergli se Calabria ha vissuto la stessa situazione che toccò a lui tanti anni fa, inutile cercare di capire se con certi registi, tipo Pozzecco, i tiratori vanno nel pallone invece che avere buone soluzioni, inutile domandare se non sarebbe stato meglio prendere un naturalizzato per i centri piuttosto che per gli esterni. Mike ha imparato a stare sulla graticola Nba e non vuole certo cercarsi grane qui. Ieri si è goduto le partite, per nulla sorpreso dalla rimonta greca (66-61), guidata da Papaloukas (23 punti, 8 su 10), sui russi dove l’Holden che ci aveva affondato ha chiuso con 0 su 8 da 3, ha preso nota e oggi guarderà le altre 4 elette, poi tornerà in America perché lunedì si inizia il campo dei veterani di Phoenix. E poi ecco nel secondo quarto la Francia superare la Lituania 63-47.