UNA DÉBÂCLE EUROPEA

Ma dov’è la sinistra? Che cos’è la sinistra? Qualcuno risponde: è Obama. Sì, in America. Ma in Europa no e in queste ore proprio Obama sta dimostrando che non ha nulla da spartire con il socialismo europeo. Per chi conosce gli Usa non è una sorpresa: da tempo la sinistra americana ha imboccato la strada del pragmatismo, del mercato, di una gestione ragionevole dello Stato. Barack è stato eletto promettendo il cambiamento, ma nel costruire la squadra del governo ha scelto l'esperienza, l'affidabilità, la tradizione. Due terzi dei collaboratori selezionati finora provengono dall'Amministrazione Clinton, inclusa Hillary che guiderà la diplomazia Usa. E la nomina più significativa è quella del ministro del Tesoro, che non è un intellettuale anti-sistema e men che meno no global, ma il giovane presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner. Un uomo dell'establishment che dovrà far uscire l'America dalla crisi non rivoluzionando il sistema, ma correggendo le sbandate, riportando la barra leggermente al centro, ma di certo non a sinistra. La missione è chiara: Barack Obama non vuole essere un Chavez, né un Morales e nemmeno un leader socialdemocratico scandinavo; semmai un nuovo Bill Clinton, il presidente della rinascita economica degli anni Novanta. La rotta è definita ed è in piena sintonia con l'identità di un moderno partito riformista anglosassone.
Ed è questa la differenza con le sinistre europee continentali, che in questi giorni non solo dimostrano la loro inadeguatezza, ma sprecano l'occasione di una vita, perché una crisi economica violenta come quella che stiamo vivendo, avrebbe dovuto favorirle. E alla grande. Invece no. Spinge il centrodestra europeo, che anziché affondare, risorge; con dinamismo, immaginazione, flessibilità. E il centrosinistra? Tace, al più borbotta con lo sguardo rivolto al passato più che al futuro.
Il Partito socialista francese ha un nuovo leader. È una donna, bene. Ma si chiama Martine Aubry ed è colei che inventò le 35 ore settimanali. Sì, è l'icona della «gauche plurielle» di Jospin, che andava di moda dieci anni fa. È questo il nuovo corso di Parigi? Ma se avesse vinto Ségolène Royal, sconfitta per un manciata di seggi, il quadro non sarebbe stato molto diverso, perché «Ségo» rappresenta un cambiamento di sola immagine: le idee latitano; oggi, come un anno fa.
E dov'è finito il Partito socialdemocratico tedesco? Da un mese ha un nuovo leader, il ministro degli Esteri Franz-Walter Steinmeier, ma non ancora un programma, né una visione della società, né una vera ambizione politica, se non quella di rinverdire i fasti della vecchia socialdemocrazia.
La sua è una crisi identitaria grave, ma certo non paragonabile a quella del Partito democratico italiano, che non ha nemmeno una tradizione a cui richiamarsi. Anzi, il problema del partito di Veltroni è che non ha ancora fatto i conti con il proprio passato. A quale famiglia ideologica appartiene? A quella socialista o a quella democristiana? La lite sull'adesione al Partito socialista europeo non è strumentale, né episodica, ma forse è la più seria tra le tante che da mesi tormentano il Pd. Perché riguarda i valori, riguarda l'appartenenza, ovvero l'anima di un partito convinto fino a ieri che l'antiberlusconismo fosse una ragione sufficiente per vivere e che ora, per non sparire, si aggrappa a un altro mito: quello di Obama, il simbolo di un riformismo proiettato in un futuro indefinito le cui radici non sono né rosa, né biancocrociate. Come se davvero bastasse l'intenzione per trasformare un Pd cacofonico e debilitante in una realtà coesa ed evoluta guidata da un leader credibile, anziché dal solito Barack de noantri.
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