La débâcle palestinese umilia ancora Obama

La primavera araba rischia ora di trasformarsi nell’inverno di Obama. Da Jimmy Carter in poi mai l’America era caduta così in basso, mai aveva dovuto sopportare di venir snobbata da un leader palestinese. È successo mercoledì sera quando Mahmoud Abbas (in arte Abu Mazen) ha sdegnosamente rifiutato la richiesta americana di non sottoporre al Consiglio di Sicurezza la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese. Il gran rifiuto si concretizzerà alle 12.30 di oggi quando il successore di Arafat si rivolgerà all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Da quel momento si chiuderà un’era. L’America riconosciuta per oltre 30 anni come l’indiscusso arbitro e il grande architetto della questione israelo-palestinese abdicherà mestamente al proprio ruolo. E non solo a quello. Minacciando il veto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che garantirebbe il pieno riconoscimento dello Stato palestinese, la Casa Bianca si trasforma automaticamente nel grande nemico del mondo arabo e islamico. A questo punto anche il sostegno offerto alle primavere arabe e lo spregiudicato abbandono di alleati come Hosni Mubarak valgono quanto un due di picche. Le piazze arabe e musulmane, già pronte a interpretare come arrendevolezza gli inviti al dialogo e lo smanioso sostegno offerto da Obama alle loro “rivoluzioni”, sono pronte a sottrarsi definitivamente all’influenza dell’ex grande potenza americana. Se non la temono i palestinesi perché dovrebbero preoccuparsene i fratelli musulmani egiziani, gli islamisti libici o le formazioni filoiraniane dell’Iraq? E soprattutto perché dovrebbero cercare la protezione di un alleato ormai così debole e inaffidabile quando possono scegliere tra quelle, assai più energiche e determinate, offerte, a seconda dei gusti, dal neo sultanato turco di Erdogan o dalla Repubblica Islamica iraniana?
La capitolazione davanti a Mahmoud Abbas e la minaccia di veto, oltre a cancellare l’autorità della potenza americana, ne erode ulteriormente la credibilità. Oltre a dimostrarsi incapace di piegare un leader ininfluente come Mahmoud Abbas, Obama deve anche rimangiarsi la promessa, formulata ad inizio mandato, di battersi per la nascita di uno Stato palestinese sui confini del 1967. Questa mesta debacle del presidente sul fronte mediorientale è solo la proiezione della sua debolezza interna. Stando ad un significativo sondaggio delle ultime ore Obama sta dilapidando persino i consensi di una comunità afroamericana flagellata da povertà e disoccupazione. I neri d’America pronti a tributargli il pieno consenso non sono oggi più del 58 per cento contro l’83 di qualche mese fa. In queste condizioni Obama non può certo rinunciare ad un voto delle comunità ebraiche fondamentale per l’ardua corsa alla rielezione del 2012. Anche riuscendo nella difficile impresa di restar in sella Obama non sarà più, comunque, il presidente di un’America in grado d’influenzare e determinare i destini mondiali. A farglielo immediatamente capire ci ha già pensato Nicolas Sarkozy. Subito dopo il gran rifiuto di Abbas il presidente francese ha proposto di far votare il riconoscimento dello Stato palestinese non al Consiglio di Sicurezza, ma all’Assemblea Generale. La procedura, meno vincolante, garantirebbe ai palestinesi un ruolo da osservatore simile a quello già occupato dallo Stato del Vaticano.
Ma lo sgambetto si nasconde nel passo successivo. Quello in cui lo spregiudicato Sarkozy si propone come nuovo arbitro mediorientale assicurando ad Abbas la ripartenza dei negoziati e il pieno riconoscimento dello Stato entro solo un anno dalla ripresa delle trattative. Una garanzia controbilanciata dalla promessa di trasformarsi nel grande protettore e alleato militare d’Israele. Come dire «s'il vous plait monsieur Obama il vostro tempo è scaduto per sempre».