D’Elia: «Indulto già per 21mila E adesso ci vuole l’amnistia»

Il parlamentare ex terrorista dà i nuovi numeri della clemenza. «Niente cella per i drogati»

da Milano
Prima erano cinque, massimo diecimila, poi sono diventati 12mila, ma qualcuno già immaginava che il numero sarebbe salito ancora. Ora Sergio D’Elia, ex terrorista rosso attualmente parlamentare e segretario della Camera dei Deputati, dà i «numeri». Quelli giusti però: oltre 21mila i detenuti scarcerati per effetto dell’indulto. Tanto che attualmente le prigioni italiane, con quasi seimila posti liberi, sono «sottoaffollate». Ma siccome l’appetito vien mangiando, l’esponente della Rosa nel Pugno rilancia: amnistia, abrograzione della Bossi-Fini sull’immigrazione, liberalizzazione delle droghe leggere e «decriminalizzazione» dei reati commessi dai tossicodipendenti.
Non si fa mancare nulla il parlamentare radical-socialista che l’altro giorno era in visita alla casa circondariale «Castello» di Pordenone. Che dalla sua, giova dirlo, ha però un dato confortante: i detenuti scarcerati che sono tornati a delinquere sono una esigua minoranza. Forse con un eccesso di ottimismo parla di una decina di casi, mentre le cronache parlando di «ritorni» dietro le sbarre assai più consistenti.
Ma torniamo alle dichiarazioni di D’Elia, anzi andiamo a quelle del ministro guardasigilli Clemente Mastella quando presentò il progetto. L’uomo di Ceppaloni illustrò la storia dei provvedimenti di clemenza in Italia a partire dall’amnistia Togliatti del 1946. Da allora se ne sono succedute altre 21: l’ultima nel 1990 che, accompagnata da indulto, consentì a circa 12mila detenuti di uscire dalle carceri. In base alle proiezioni di Mastella dunque, sarebbero tornati in libertà tra i 5 e i 10mila detenuti. Cifre ben presto corrette a 12mila.
Ma già a Ferragosto, un paio di settimane dopo l’introduzione del provvedimento, avevamo sfiorato quota 16mila, ipotizzando di arrivare a 17mila a settembre. Senza contare quelli che per effetto dell’indulto, anticipavano i termini per la concessione dei benefici della legge Gozzini, semilibertà e libertà vigilata, e della Simeone, affido in prova ai servizi sociali.
Ma ora D'Elia ci informa che addì 28 agosto avevano lasciato le patrie galere 21.126 detenuti, e dietro le sbarre erano rimasti in 37.620 su una capienza di 43mila. Ma si può fare di più e meglio. D’Elia pensa a una amnistia: «In Italia ci sono 10 milioni di processi pendenti con tempi di giustizia lunghissimi, tanto che l’Europa ha spesso condannato l’Italia per i ritardi. L’unica strada è approvare la più grande amnistia della storia repubblicana». E ancora: depenalizzare le droghe leggere e «decriminalizzare» scippi, furti, rapine e in generale tutti i reati commessi da tossicodipendenti per procurarsi la droga. Ultimo, ma non per ultimo, argomento toccato da D’Elia l’immigrazione: abrogare la Bossi-Fini, ampliare le quote d’accesso e dare la cittadinanza dopo cinque anni di permanenza in Italia.
Tutte proposte che faranno certamente discutere, come fece discutere la sua elezione a segretario della Camera. D’Elia infatti, dopo una lunga militanza in Potere Operaio, entrò in Prima Linea e venne chiamato in causa per una serie di azioni terroristiche tra cui l’assalto al carcere di Firenze in cui rimase ucciso l’agente Fausto Dionisi. Condannato a 25 anni scontò circa la metà della pena, poi si avvicinò ai radicali e fondò l’associazione «Nessuno tocchi Caino» contro la pena di morte.
Ma in molti ricordano ancora il suo passato tanto che il Sindacato autonomo di polizia di Torino, dopo le esternazioni di Pordenone, ha annunciato ieri una mobilitazione nel caso «D’Elia, di cui da mesi chiediamo le dimissioni e per cui siamo scesi in piazza con migliaia di cittadini, avesse la malsana idea di mettere piede a Torino, pensando di potersi permettere un giretto panoramico anche al carcere delle Vallette. Torino negli anni Settanta e Ottanta, ha infatti pagato un prezzo altissimo al fanatismo ideologico e alla violenza politica, con tanti innocenti ammazzati tra i cittadini, i giornalisti, i magistrati e le forze dell'ordine».