«D’Elia uccise mio marito, mi sento umiliata»

Stefano Zurlo

nostro inviato a Firenze

Schiaffi. Dice proprio così: «È cinque anni che prendo schiaffi. Uno dopo l’altro». Mariella Magi è la vedova dell’agente Fausto Dionisi, ucciso da un commando di Prima Linea a Firenze il 20 gennaio del 1978.
Aveva ventidue anni la donna, era sposata da quattro, con una figlia piccola. «Quei signori di Prima Linea hanno scelto per me. Anzi, hanno scelto quale sarebbe stata la mia vita. Un’esistenza in solitudine senza più Fausto, con mille problemi quotidiani». E, sul comodino, la foto di un ragazzo sorridente da guardare, negli anni interminabili che sono seguiti.
C’era voluto tanto tempo ritrovare un minimo di equilibrio, e un po’ di serenità. Ora siamo punto e a capo. «Sì, dal 2001 le cose sono andate di nuovo peggiorando». Sembra impossibile, ma è così: «Prima il processo all’ultimo componente del commando, ora l’elezione alla Camera di Sergio D’Elia». Una notizia che ha sconvolto la signora Dionisi.
Lei adesso è a casa, dopo un periodo di cure in una clinica specializzata. «Sono a terra, sono demoralizzata, non ho più energie». Mariella Magi mette in fila le sue amarezze: «Certo, adesso è esploso il caso D’Elia. Me l’ha detto l’onorevole Carlo Giovanardi, io non ci credevo, non sa quante lacrime ho versato ma i dolori sono iniziati prima, nel 2001».
È nel 2001, infatti, che si celebra a Firenze il processo a Vito Biancorosso, che per una serie di vicende personali era sfuggito ai giudizi precedenti. «Sa, è stato terribile: uno degli assassini di mio marito, morto quel giorno al carcere delle Murate mentre faceva il suo dovere, era lì a pochi metri da me. Era tutto così strano, così umiliante, così vergognoso. Lui ha ammesso le sue colpe, era reo confesso, non c’era molto da dire».
La signora s’interrompe, poi riprende il discorso con molta fatica: «Pensavo che l’avrebbero condannato per quel crimine orribile, invece è scattata la prescrizione. Capisce? La prescrizione. Per me è stata un’umiliazione sconvolgente. Per tutta una serie di ragioni anche abbastanza noiose da spiegare, la giustizia è arrivata troppo tardi. Tempo scaduto. Anche se si trattava di omicidio. Di un uomo ammazzato. Non importa. Ma il tempo del mio dolore, quello non finisce mai. Glielo assicuro».
La donna è stanca. Il busto che l’avvolge complica enormemente i movimenti e rende tutto ancora più doloroso. Lei è concentrata però su quell’altra sofferenza che non si può misurare: «Per carità, Biancorosso mi ha chiesto il perdono, ma io non gliel’ho dato. Non tocca a me, si rivolga al Padreterno».
È cinque anni, dice, «che prendo schiaffi: ora questa cosa incredibile dell’elezione di D’Elia e della sua nomina a segretario della Presidenza della Camera. Mi sento umiliata. Come il giorno in cui Biancorosso l’ha fatta franca. Ma come fa questo signore, condannato come mandante dell’omicidio di mio marito, a rappresentare il popolo italiano in Parlamento? Io D’Elia non l’ho mai incontrato, lui non mi ha mai chiesto niente e io non voglio niente da lui. Sono solo indignata e dico che devono essere le istituzioni a risolvere questo problema. Spero lo facciano».
Mariella Dionisi non vuole aggiungere altro, l’associazione che lei presiede, Memoria, sta studiando una serie di iniziative di protesta: «Memoria raccoglie quasi trecento parenti delle vittime degli anni di piombo. E Memoria saprà interpretare il nostro stato d’animo e darà la giusta risposta a quel che è successo». Il colloquio è finito. Ma prima, la signora Dionisi vuol far capire il suo attaccamento alle istituzioni che ora le sembrano lontane anni luce: «È un momento difficile, ma proprio per questo non dimentico chi ci ha aiutato. Vede, lo Stato non si è quasi mai occupato e preoccupato di noi vittime. Ma nelle ultime due legislature qualcosa è cambiato e alcune leggi sono state varate, anche se i risultati ancora non si vedono. Io ringrazio chi si è ricordato di noi: gli onorevoli Carlo Giovanardi e Valdo Spini. Loro sì che rappresentano il popolo italiano».