«Dà occasioni a tutti La crisi economica? Non c’entra niente»

La difesa del capitalismo al processo di ieri sera (ma forse vale per tutti i processi che lo vedono imputato) è coincisa con la biografia personale dell’avvocato difensore Giorgio Squinzi: presidente Federchimica, undici stabilimenti solo negli Stati Uniti, tanto per dire, e diverse migliaia di dipendenti in tutto il mondo. Un imprenditore di razza. Raccontando di sé ha difeso «col corpo», come facevano i Re e gli aristocratici di una volta, un intero sistema. «Parlo a nome del capitalismo vero, che non è stato messo in crisi dalla crisi e che soprattutto non ha creato crisi. Ma non vedete, signori della Corte, che pure in questo momento drammatico le imprese, le nostre imprese, stanno continuando a cogliere opportunità?». Mormorio in aula. Non tutti amano sentirsi chiamati a cogliere opportunità. «E dico – continua Squinzi – non le opportunità di speculazione, ma quelle organiche al vero capitalismo, cioè quelle a medio-lungo termine. Non ne esistono di altro tipo per il vero capitalista, soprattutto se il suo background, come è capitato a me e capita a moltissimi qui in Italia, è un capitalismo di stampo famigliare, che ha un onore e un onere preciso, che io riassumo in una bellissima frase: l’ossessione della crescita. Un’ossessione trasmissibile: noi lo facciamo ogni giorno verso i nostri dipendenti. Perché non dovremmo farlo? Non entra in crisi, non è processabile un capitalismo basato sulla creatività e sulla competizione. I fatti lo dimostrano: quando vado in Russia trovo anime ancora oggi oppresse da decenni di mancanza di libertà, di vitalità, e ancora altri decenni dovranno passare affinché se ne liberino del tutto. Vogliamo confrontare la loro situazione con la nostra, fatta di inevitabile selezione darwiniana e con essa l’inevitabile contrappeso degli ammortizzatori sociali? No, signori della Corte, l’ultima crisi finanziaria non può essere messa sul piatto dell’accusa, poiché è frutto non del capitalismo ma di coloro che hanno voluto nascondere dietro a costruzioni artificiali un deficit statale inaccettabile. Storia vecchia. Anche qui a Milano, quante aziende quotate in Borsa operano davvero sul mercato? Quanti altri imprenditori si sono rifugiati in mercati di comodo? Loro dovremmo processare, insieme a quelli che ostacolano la cultura industriale di cui l’Italia ha un’assoluta necessità. Quindi, è proprio a nome del capitalismo che chiedo l’assoluzione».