Una via d’uscita per noi bipedi ingrati

Quando Dostoevskij, nelle Memorie del sottosuolo, afferma che «la miglior definizione dell’uomo è questa: un essere a due gambe e ingrato», è chiaro che vuol porre l’accento sull’«ingrato». Ma anche le «due gambe» sono importanti. Se ci pensiamo, molti suoi eroi negativi le gambe le usano eccome, nei vagabondaggi appesantiti dalla colpa o dal rimorso (Stavrogin e Kirillov, Raskolnikov, Ivan Karamazov...). Camminano e meditano, e le loro menti paiono rischiararsi, ma per ripiombare subito nel buio. Camminare, perdersi nella folla e nei rumori è dunque una sorta di espiazione, di purificazione.
Anche noi siamo bipedi e (almeno un po’) ingrati nei confronti delle nostre città. Che sono brutte, sporche e cattive, ma che, sotto i nostri passi, possono assumere una nuova dimensione, se non salvifica, almeno consolatoria. Se i nostri passi abbandonano le cadenze frenetiche, se la meta non c’è o ci siamo dati il tempo per raggiungerla in tutta calma, se riusciamo a smarrire la percezione dello spazio, anche la città più ostile ed estranea si trasforma e pare volerci accompagnare con discrezione, assecondando così l’ozio fruttifero della deambulazione.
Scalando una o due marce, rovesciamo il negativo in positivo: il viale trafficato della circonvallazione ci offre un volto, un taglio di strada; la piazza periferica, nel gelo mattutino, se alziamo lo sguardo ai rami carbonizzati dallo smog può assumere la solennità di un bosco; nei pressi del supermercato, gente a gruppetti, frammenti di socializzazione che durano lo spazio di una fermata d’autobus. E dentro di noi a volte s’assopisce persino la voglia di essere altrove.