Dagli sms «a luci rosse» alla violenza, arrestato

Enrico Lagattolla

Cene «innaffiate» di vino, serate a base di cocaina, sms «a luci rosse». Fino agli abusi. Vittima una quindicenne, figlia della donna con cui un 42enne aveva una relazione. L’uomo, un pubblicitario di origini trevigiane, è stato arrestato venerdì scorso. L’accusa contestata dal pubblico ministero Marco Ghezzi è di violenza sessuale aggravata e spaccio di sostanze stupefacenti. Oggi, a San Vittore, l’indagato sarà sottoposto all’interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari Enrico Manzi.
Gli abusi sarebbero stati commessi nel maggio del 2005, quando la vittima aveva appena compiuto 15 anni, e poi ancora nel gennaio e del febbraio 2006. A dare il via alle indagini era stata una psicologa in servizio presso un centro dell’Asl, che aveva segnalato alla Procura un colloquio intrattenuto con la ragazza nel febbraio scorso. Un racconto difficile, quello della ragazza. Che, lentamente, si apre. E confida che due mesi prima aveva trascorso una serata con il pubblicitario, prima in un locale e poi nella sua abitazione in una zona centrale della città. Qui l’uomo, secondo la ricostruzione della giovane, le avrebbe fatto assumere cocaina, fatto vedere un film erotico e poi baciata. Solo a quel punto la ragazza si sarebbe sottratta alle sue attenzioni.
Ancora, la studentessa ha anche riferito degli sms che il 42enne le avrebbe inviato nel maggio precedente. Dichiarazioni che la giovane avrebbe confermato anche in un colloquio successivo con la dottoressa. Nel marzo scorso, poi, una volta avviata l’inchiesta, una compagna di scuola della 15enne ha avvalorato la denuncia, dicendo agli inquirenti di essere stata a sua volta oggetto delle morbose attenzioni dell’indagato.
E venerdì per l’uomo, incensurato, sono scattate le manette in esecuzione della misura di custodia cautelare in carcere emessa dal gip. Nell’ordinanza, Manzi scrive che il fatto «risulta sostanzialmente provato», per quanto la vittima abbia probabilmente «limitato la gravità dell’episodio» per pudore o per non coinvolgere la madre. Far assumere alla minore cocaina, secondo il gip, «appare un gesto ignobile, finalizzato, da parte dell’indagato, a trasformare la sua vittima in uno strumento per la soddisfazione dei suoi più bassi istinti».
Quando all’esigenza della misura cautelare, secondo il gip «esiste il concreto pericolo che l'indagato commetta delitti della stessa specie» sulla base della sua «spudoratezza». L’uomo, si legge, «ha approfittato del patrimonio di fiducia di godeva presso la minore».