Dagli stadi a Tienanmen la fiamma del dissenso che la Cina non sa spegnere

Siamo tutti tedofori. Fateci caso. Più i tentativi di un controllo poliziesco del governo cinese si intensificano, più i refoli di trasgressione continuano a insinuarsi in ogni varco possibile, a far germogliare il dissenso, a far soffiare il vento della libertà attraverso le sbarre anguste della gabbia coreografica approntata con studio scientifico dai registi di Pechino. I mandarini del regime si erano presentati al mondo oscurando i siti che parlano dei diritti umani, hanno dovuto tornare tardivamente ad illuminarli sotto la pressione dell’opinione pubblica mondiale.
Per loro queste dovevano essere le Olimpiadi del consenso al regime, rischiano di diventare quelle del dissenso, della protesta mediatica, dello sgretolamento di ogni possibile unanimismo. Un effetto boomerang che i totalitarismi di ogni segno e colore paventano sempre, ma inevitabilmente non riescono a evitare, anche se tentano di stringere la tenaglia delle polizie sul corpo martoriato delle popolazioni oppresse. Due giorni fa abbiamo avuto un piccolo assaggio di manipolazione mediatica, quando, durante la sfilata degli atleti, una innocua bandiera tricolore, che le nostre schermitrici avevano guarnito con uno slogan di incitamento sportivo è stata scambiata per una tazebao e quindi oscurato. Ieri, invece, la prima notizia che ha bucato la rete dell’informazione olimpica è stata quella di Christina Chan, una studentessa già nota per altre proteste anti-cinesi, che durante una gara di equitazione a Hong Kong è riuscita a far entrare una bandiera del Tibet insieme con un amico, nascondendola sotto un vessillo canadese. I poliziotti l’hanno allontanata prima che potesse esibirla mentre era in corso la prova di dressage, ma quell’arresto sotto le telecamere di mezzo mondo è diventato un altro autogol, un altro graffio alla liturgia dei giochi «senza politica». Anche perché, nella stessa giornata, cinque attivisti filo-tibetani hanno inscenato una protesta in piazza Tienanmen nel centro di Pechino e sono stati fermati dalla polizia che è intervenuta dopo una decina di minuti.
La notizia, malgrado la blindatura dei media, filtra anche stavolta in modi imprevedibili, e viene diffusa dal gruppo Students for a Free Tibet in un comunicato. Quattro degli attivisti hanno dato vita ad un cosiddetto «die in», sdraiandosi per terra avvolti in bandiere tibetane e fingendo di essere morti. Intanto il quinto attivista spiegava ai passanti i motivi della protesta. I cinque contestatori del regime, David Demes, tedesco, 21 anni, Evan Silverman, 31, Diane Gatterdam, 55 e Joan Roney, 39, statunitensi e Chris Schwartz, 24, canadese, sono ora trattenuti dalla polizia cinese. Si tratta della terza protesta organizzata questa settimana a Pechino da Students for a Free Tibet, un’organizzazione formata da esuli tibetani e simpatizzanti occidentali diretta dal tibetano Lhadon Tethong.
Ma non è finita. Alla prova di tiro a segno sono saliti sul podio un coreano del nord e uno del sud: un giornalista gli ha chiesto se si erano salutati e subito è scattato il comitato organizzatore, il famigerato Bocog che ha stoppato la domanda: non è sportiva. Per la cronaca i due hanno risposto che erano felici che sul podio ci fossero degli asiatici. Un’altra gaffe. Insomma, la Cina voleva vincere la guerra comunicativa dei Giochi, ma alla fine potrebbero essere i cinesi a vincere. E la foto di Chan diventare l’immagine delle Olimpiadi.
Domani questo medagliere alternativo potrebbe portare sul nostro podio ideale tanti altri trasgressori. La verità è che non siamo più solo spettatori passivi: siamo diventati tutti tedofori, tutti portabandiera, tutti dissidenti. Ma la fiaccola che arde a Pechino non è quella del consenso ai mandarini. È quella della libertà che brucia – come cantava Peter Gabriel – al pari di una fiamma, spingendo il fuoco sempre più in alto. Ed è un grande braciere mediatico, questo, che nessun dragone riesce a soffocare.