Dagli a Verona ma lascia stare i napoletani

A caldo la reazione è stata pressoché unanime. Sulla segretaria dei radicali Rita Bernardini - colpevole d'aver rilevato che attorno ai palazzi della politica «la lingua parlata nei bar e nei grandi ristoranti è sempre più il napoletano» e che questo fa sospettare un'infiltrazione camorristica - sono fioccati rimproveri e sarcasmi da ogni parte. «Accuse generiche e razziste» secondo il sindaco di Napoli Rosa Russo Jervolino, frasi dovute al caldo agostano secondo il senatore Udc Rocco Buttiglione.
Sì, la Bernardini ha sbagliato proponendo implicitamente, anche se afferma d'essere stata fraintesa, l'equazione napoletani=camorristi. Questi coinvolgimenti d'una intera collettività nelle malefatte delle sue frange peggiori penalizzano gli onesti e fanno di ogni erba un fascio. Detto questo vorrei ragionare un po' di più, a freddo, non tanto sulle avventate dichiarazioni della Bernardini, quanto sulle diverse interpretazioni - secondo la collocazione geografica e la collocazione ideologica - del politicamente corretto.
Politicamente scorrettissima è stata la segretaria dei radicali con una accusa - a prima vista un po' campata in aria - che coinvolge il Sud. Ecco far capolino - vedi Rosa Russo Jervolino - l'ombra sinistra del razzismo: e insieme ad essa un pregiudizio antimeridionale che è iniquo, che ignora la storia, che dimentica Benedetto Croce ed Enrico De Nicola. Da Napoli e dai napoletani si alza un grido di dolore e d'indignazione. I più benevoli concedono a Rita Bernardini qualche attenuante, ma nessuno l'assolve.
Mi associo alla condanna. Non senza tuttavia rilevare che quando l'accusa - non meno generica di quella della Bernardini - riguarda il Nord, e in particolare quelle sue aree dove il centrodestra è forte, il discorso sul politicamente corretto cambia radicalmente. Allora il bollare atteggiamenti e comportamenti d'intere comunità non è più razzismo, è legittima difesa contro la reazione in agguato. Allora appare normale che all'interno della comunità messa sul banco degli imputati vi sia un movimento - di sinistra, solitamente - che solidarizza in pieno con gli accusatori, e che lo fa proprio in nome del politicamente corretto.
Ricordate il professor Luis Ignacio Marsiglia? Nel settembre del Duemila questo insegnante uruguaiano d'origini ebree, che teneva lezione in un istituto di Verona gestito dal clero, aveva affermato d'essere stato aggredito e pestato a sangue, nottetempo, da giovani assatanati che urlavano «sporco ebreo». Marsiglia fu creduto, e l'aggressione deplorata. Il ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro inviò al professore una lettera di solidarietà, il presidente delle comunità ebraiche Amos Luzzatto tuonò contro l'attacco «di stampo nazista». Fin qui nulla di strano anche se la cautela nel trinciare giudizi definitivi, tante volte invocata, avrebbe suggerito un altro atteggiamento. Ma il peggio è che, prendendo spunto dall'azione dei biechi manganellatori di Marsiglia, tutta l'informazione «progressista» italiana - La Repubblica in testa - descrisse il clima moralmente e politicamente irrespirabile di Verona, la sua vocazione clerical-fascista. Furono rievocate le gesta di Franco Freda - coinvolto e assolto nei processi per la strage di piazza Fontana - gli skinhead, gli ultrà dello stadio Bentegodi. Quel Nord-est pasciuto, egoista e violento costituiva un pericolo per la democrazia italiana, guai a sottovalutarlo. E le requisitorie arrivavano a valanga anche dal Nord-est, altro che la difesa d'ufficio della Jervolino o di Buttiglione. Poi è risultato che il professor Marsiglia s'era inventato tutto. Era un piccolo imbroglione - nemmeno laureato - condannato con il patteggiamento, in contumacia, a 8 mesi di reclusione. Imbroglione, ma politicamente corretto. Lo straordinario è che qualche saggista, pur dopo che l'inganno era diventato di dominio pubblico, non chiese scusa a Verona e ai veronesi ma insistette: ho preso spunto da un episodio inventato, ma ciò che ne ho dottamente dedotto rimane valido. Se anche Marsiglia non è stato picchiato, Verona è invivibile. Altro che la camorra nei pressi di Montecitorio.
Mario Cervi