D'Agostino: "Veline, politici e sesso? Sempre la stessa storia da 20 anni"

Il guru di <em>Dagospia</em>: &quot;Quando lavoravo a “Domenica in” mi chiamò un parlamentare: voleva gli portassi una soubrette. E una giovane mi si offrì in cambio del numero di Boncompagni...&quot; <br />

Roma «La fine fu all’inizio» dice Roberto D’Agostino. Cioè una ventina di anni fa, quando esce un lungometraggio già stra-cafonal, con truppe mammellate e deretani pronti a tutto pur di diventare «morti di fama», cifra dell’universo estetico poi divenuto cult con Dagospia. «Con una chiappa a destra e un’acchiappata a sinistra le “favolose nullità” amministrano il loro corpo come un bancomat. Sono capaci di qualunque misfatto morale pur di essere accettate, notate, paparazzate “in compagnia di”. Sgallinano le cosce mentre posano lo sguardo sul potente di turno. E se non si conclude niente magari parte la denuncia per istigazione alla prostituzione o la soffiata al settimanale, per diventare famose lo stesso». Mutande pazze, opera prima e sinora ultima di D’Agostino, è l’Italia a cavallo del 1990 (il film esce oggi in dvd con la rivista Ciak), due decadi fa ma un copione che ricorda storielle più recenti: quattro giovani che, per entrare nello showbiz, rincorrono potenti, si offrono a funzionari Rai, ministri, politici, incoraggiate dalle madri che spengono la luce quando la figliola entra nella stanza dell’onorevole. Sottotitolo: «Ritratto della Babilonia che si nasconde dietro il mondo dello spettacolo».
Un’Italia da bunga bunga nel 1992, eppure non governava Berlusconi.
«Ma stiamo attenti che Berlusconi non è la causa, semmai è stato l’effetto. È megalomania pensare che le generazioni e degenerazioni dipendano da uno solo».
Nemmeno dal Drive in? Dalle maggiorate di Antonio Ricci made in Fininvest?
«No povero Ricci, le maggiorate c’erano già prima, la Pampanini, Dorian Gray, le donnine di Macario. Dire che tutto inizia con la tv di Berlusconi è una congettura semplicistica da titolo, o da sommario. Anzi, da Sor Mario. Siamo tutti ingranaggi di una macchina che è la società».
La società dello spettacolo.
«Io dico lo spettacolo della società. Non è cambiato niente da Mutande pazze».
Chi erano le Olgettine di allora?
«Mi ricordo una cosa pazzesca che mi successe quando lavoravo a Domenica in con Boncompagni».
Pieno di ragazze pon pon.
«Duecento, tutte minorenni. Una volta chiamò un politico, non dico il nome, e disse: ecco mi piace quella lì, quella in seconda fila, accanto alla bionda».
Ragazza «take away»?
«Poi non so che successe ma c’erano un sacco di potenti arrapati che vedevano quelle lì in tv e le desideravano».
E loro?
«Ti racconto solo questa. Un giorno mi dicono: c’è una persona che ti deve parlare. Viene questa tizia a casa mia e mi fa: faccio l’amore con te se mi dai il cellulare di Gianni Boncompagni. Io, siccome sono un coatto romano, gli rispondo: e allora se ti dico il suo codice fiscale che mi dai? Era una battuta, pensavo scherzasse, però quella non scherzava».
Dobbiamo scandalizzarci da questa mignottocrazia ante-litteram?
«Macchè, l’uso della gnocca come grimaldello per aprire le porte è vecchio come il mondo, basta leggere Hollywood Babilonia, Il sofa del produttore, le memorie di Marylin. È cominciato con Eva, non è che il mercimonio del corpo avvenga perché qualcuno sta al governo».
Ma non c’è etica.
«In compenso c’è la cotica. Dal post-moderno siamo al postribolo. L’origine è negli anni ’80, che stata una Belle époque, il dopoguerra rispetto a un decennio dove l’ideologia aveva portato a quasi duemila morti».
Gli anni da bere dopo quelli di piombo.
«Si passava dal “noi” dei gruppi politici e delle ideologie alla “Me-generation” di Tom Wolfe, che oggi ha il suo culmine in Facebook. È la mia faccia che conta, non quella del compagno Stalin o del Duce. Lì esplode l’io, io esisto in quanto appaio».
Soprattutto se appaio in un balletto tv.
«Conta solo il successo, la nostra vita viene messa in vendita».
E le ragazze aspiranti show girl, da Mutande pazze in poi, si adeguano.
«Da Maria Goretti siamo passati a Maria Godetti».
E le madri, nel suo film, fanno il tifo.
«Madri, padri, fratelli. Viene fuori tutta la “fanghiglia cristiana”».
Una definizione per questi tempi.
«É l’Età della Monnezza, che nasce dal bisogno di sentirsi vivi. Oppure, è l’Età del Caz che ha preso il posto dell’Età del jazz, ma non nel senso di membro virile. Voglio dire che c’è un grande deficit culturale, con le ideologie abbiamo buttato via anche le idee».
Fa il moralista?
«Io sono un bacchettone ma non voglio fare il San Pietro delle Canalis o delle Belen. Non dobbiamo scandalizzarci se il mondo delle “famose per essere famose” funziona così. Le Olgettine sognano di essere come loro. Come diceva Banksy, “in futuro tutti saremo anonimi per 15 minuti”».
Ma come le venne l’idea di Mutande pazze?
«Cecchi Gori cercava un film per la sua preferita di allora, Eva Grimaldi. Quel genio di Enrico Lucherini pensò di mettere insieme altre preferite-rifiutate (dai registi) e farne un film. Ma nessuno volle farlo, allora proposero a me, che l’avevo scritto, di girarlo».
Che consigli dava, da film maker, alle attrici?
«Dicevo: dovete unire l’utero al dilettevole. Cioè tirate fuori la zoccola che è in voi».
Iper-realismo?
«La cosa più bella sono i monologhi finali, alla Nouvelle vague. Le quattro protagoniste appaiono in un alone e comunicano il loro pensiero al pubblico, spiegando le ragioni delle loro porcate. E tu mentre le ascolti dici: sì sono delle stronze, però...».
Le capisci.
«Capisci che per loro ne valeva la pena. E anche il pene».