Dai baffi di Peppone a oggi: la satira nel nome di Guareschi

A Santa Margherita il mito di Giovannino senza paura: «Non muoio neanche se mi ammazzano»

«Non muoio neanche se m'ammazzano». Diavolo d'un Guareschi, bastian contrario e irriverente, Giovannino senza paura. Cent'anni dalla sua nascita e il convegno «La Satira Politica» dedicato a lui, ieri a Villa Durazzo di Santa Margherita Ligure, promosso da Centro Internazionale di Studi Italiani e Comune.
Un omaggio alla satira che fu, una cavalcata briosa dalla Grecia classica, dalla Roma imperiale al Medioevo e su a crescere fino ad oggi passando per il Fascismo. Con le succose sperimentazioni del Bertoldo, la delegittimazione della guerra, il Trilussa armato di penna e il Monicelli de «Vogliamo i colonnelli».
Apre il direttore del Centro Dino Cofrancesco, il saluto a Guareschi e la zoomata sulla «rilevanza politica e culturale della satira». Con nota malinconica: «La satira politica è il genere artistico, cinematografico, letterario più in declino in Italia».
Ahi Giovannino, che vedi sbottare nei baffi di Peppone. «Satira che oggi è diventata uno strumento didattico a servizio di una causa politica. Senza precedenti nella storia dell'Occidente». È stata la critica che ha ficcato lo sguardo a fondo nei mali della società, e «quando si mette a servizio di una causa perde mordente».
Vedi Totò che imita voce e pose del duce («Totò contro Maciste»): piace e accomuna tutti. Vedi Chaplin, nessuna partigianeria: «La satira colpisce il potere e la sua ineguale distribuzione. Oggi invece è una forma di lotta politica con altri mezzi - ribadisce il direttore - Guareschi faceva satira politica da destra, ma non al servizio di un partito. La faceva in funzione di una visione del mondo, della cultura. Non si colpiva un uomo o un partito e al termine della rappresentazione tutti erano d'accordo». Frustate garbate in memoria di chi ha firmato «La Rabbia» con Pier Paolo Pasolini «senza per questo voler dire - rintuzzava Guareschi - che io apro a sinistra e PPP apre a destra».
I relatori affondano, e scavano i costumi dalla distanze dell'oggi. Usi e consumi dello strumento satirico e sua deriva. Paolo Bernardini, docente di storia moderna all'università Insubria, acchiappa Il Male e lo mostra nella sua anarchia. «Un settimanale pubblicato dal 78 all'82 - spiega Bernardini - Era satira estrema in cui venivano attaccati violentemente politici, correnti, papa e gerarchia pontifica, religione cattolica e islamica». Ragazzi di venti, trent'anni, provocatori assoluti, inventori di copertine di quotidiani con false notizie magari anticipatrici di quello che sarebbe stato: «Suscitavano il riso e facevano pensare in anni diversi da quelli attuali del tutto soporiferi».
Le diapositive scorrono e scorre la storia di quell'Italia, agguantata di traverso e stramazzata fin troppo. Flash, approcci, come quello di Danilo Biello, CISI, che aggancia satira e guerra, «complementari e consequenziali. La satira pungola la sacralità della guerra delegittimandola». Poi le virate sul Bertoldo, anno 1936, quindicinale satirico diretto da Cesare Zavattini con cui Guareschi inizialmente collaborò come illustratore. Giovannino sovverte l'ordine costituito e schizza le «vedovone» di guerra invece delle belle e giovin signore.
Uno zig zag fra tempi e luoghi che porta Paolo Armaroli, costituzionalista e docente all'Università di Genova, a flirtare con le ironie in Parlamento, «definito teatro della democrazia che si avvale di attori. Niente di più vero» guizza Armaroli, caustico e ironico nello scovare chicche e lazzi. Riferisce di quando nella prima legislatura, 1948-53, Leo Longanesi ascoltando il dibattito alla Camera, dà di gomito ad un amico: «Li vedi, verrà il momento che ci toccherà rimpiangerli».
C'erano De Gasperi, Nenni. Togliatti, Saragat e Almirante, «che Malagodi chiamava vescica di ferro: parlò per 8 ore e 45 minuti». Ricorda il siparietto fra l'infuriato Capanna e l'allora primo ministro Andreotti che durante il suo intervento lasciò l'aula per funzioni indelegabili. Poi la stoccata: «Oggi c'è mediocrità. Quando ero deputato ho inventato l'interrogazione a risposta immediata che ha devastato quel po' di dignità che ancora aveva il parlamento». E il grido di dolore: «Sono un laudatore del tempo che fu: siamo in una torre di Babele, non si parla più italiano e stiamo perdendo la nostra identità». E il gran finale: «Il centro destra nella finanziaria usa termini come star up e facility. Veltroni usava we can e chiamava il suo ufficio loft: non poteva che perdere. Questi i nostri politici. Si capisce perché l'Italia è in declino: un tempo si rideva e oggi non ci restano neanche più gli occhi per piangere».