DAI BIONDI AI MORETTINI

Abbiamo volutamente aspettato qualche giorno, ma nessuno ha chiesto scusa. Nessuno di quelli che avevano parlato e scritto di «seconda Cogne» a proposito di Renato, il povero ragazzo che si è sparato accidentalmente con il fucile di suo padre, si è sentito in dovere di chiedere scusa. Non a noi ovviamente, ma alla famiglia, già colpita dalla più dura delle prove. Niente, nemmeno la prova dello Stub che ha cancellato ogni dubbio (quelli che noi del Giornale non avevamo mai avuto), ha portato a quel livello di umanità racchiuso nella frase: «Perdonateci, abbiamo sbagliato».
Del resto, il garantismo è così, come il coraggio. O ce l’hai nel Dna o è difficile darselo. E Genova, da sempre, è una delle capitali del garantismo al contrario: abbiamo raccontato passo passo l’odissea per arrivare a «via Enzo Tortora» e ricordiamo ancora il linciaggio mediatico a cui fu sottoposto un galantuomo come Alfredo Biondi quando firmò, nell’estate del 1994, il famigerato decreto. Un provvedimento che era l’abc del garantismo. Ma che, in quegli anni, in quel clima, fu osteggiato come un golpe.
Insomma, l’aria salubre che si respira in città camminando in riva al mare, non corrisponde a quella che si respira aprendo i giornali o seguendo la politica. C’è stata gente crocifissa a mezzo stampa senza nemmeno aver ricevuto un avviso di garanzia, altri dati in pasto con le intercettazioni senza nemmeno essere indagati, casi personali ed umani trasformati in colonne infami. E ci sono stati politici - purtroppo anche una sparuta minoranza del centrodestra - che hanno cavalcato queste cose. Sulla base del terribile sillogismo: se scrivono, se indagano, qualcosa di vero ci sarà.
In futuro, non sappiamo. Ma, per ora, delle vicende giudiziarie che avrebbero dovuto sconvolgere Genova e la Liguria, si vede ben poco. I titoloni a caratteri di scatola «In arrivo nuovi avvisi di garanzia» o «Presto altri arresti» sono rimasti tali. E il famoso «vaso di Pandora» che avrebbe dovuto rompersi un giorno sì e l’altro pure, dimostrando che a Genova sono tutti marci e tutti corrotti, è sempre intatto. Poi, magari, domani succede di tutto. E, se succede, lo racconteremo come sempre con completezza e onestà intellettuale. Ma, per ora, niente vaso e niente Pandora. Solo tanti articoli e tante locandine senza ulteriori riscontri.
E gli indagati, spesso condannati a mezzo stampa ancora prima della fine delle indagini? Di Giovanni Novi - che può aver sbagliato nella gestione del porto, ma era, è e resta un galantuomo, come solo Claudio Scajola e il centrodestra hanno avuto il coraggio di dire forte e chiaro - dopo l’arresto nell’ultimo giorno di mandato e negli ultimi giorni di sua moglie Nucci, non si è più saputo nulla. Eppure, lo descrivevano come Al Capone, sembrava il problema più grave di Genova.
Ma non si è più saputo nulla nemmeno di Mensopoli, di Stefano Francesca e degli altri. Banda pericolosa o piuttosto fanfaroni al bar? Mi piace spendere una parola per Massimiliano Morettini, di cui non condivido nulla politicamente, ma che ha perso l’assessorato per un avviso di garanzia su una telefonata ironica.
Ecco, proprio perchè la penso diversamente da Morettini, sto con Morettini. E sono orgoglioso di lavorare in un giornale dove il direttore Mario Giordano, ottimo giornalista e persona straordinaria, ha difeso Ottaviano Del Turco. Anche se era del Pd. Si chiama garantismo.