Dai bodyguard a Baldoni, le contraddizioni di Scelli

L’ex commissario della Croce rossa ha fornito versioni diverse sullo scambio con le due Simone e sul suo ruolo nelle trattative sui sequestri

Gian Marco Chiocci
Claudia Passa

da Roma

La premessa è d’obbligo: Maurizio Scelli, ex commissario della Croce rossa, per l’incarico ricoperto e per un’infinità di ragioni operative e d’opportunità legate alle attività ancora in corso in Irak, avrebbe forse fatto meglio a tenere la bocca chiusa con chicchessia, ad eccezione della procura di Roma. A cui, però, non avrebbe raccontato tutto quello che ha invece sviscerato nell’intervista a La Stampa, e prim’ancora - come l’interessato ci tiene a specificare - nell’ultimo libro di Bruno Vespa e a L’Espresso. Ma a leggere con attenzione sia il volume «Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi» che l’articolo sul settimanale, si trovano curiose discordanze che si vanno ad aggiungere alla pioggia di prese di distanze da parte del governo.
A Vespa, il loquace «crocerossino» parla di due «probabili» guerriglieri feriti mentre al quotidiano di Torino specifica che sono «quattro» e pure «terroristi». Aggiunge che nello scambio con le due Simone erano comprese anche le cure ai figli di quei terroristi che, si è scoperto soltanto dopo l’intervista, erano assassini pericolosi «ricercati dagli americani». Sul settimanale di via Po, che Scelli cita a sua discolpa, si fa cenno ancor più genericamente «all’ospedale di Bagdad che rappresenta un network di contatti» perché «vengono curati tutti, anche i bambini dei guerriglieri iracheni e i parenti dei terroristi». Parenti, non terroristi.
E ancora. Sulle colonne de La Stampa Scelli tira dentro il suo grande (ex) sponsor, il sottosegretario Gianni Letta, dicendo che era d’accordo con lui nel mentire agli americani sulle trattative per gli ostaggi. Palazzo Chigi nega, ricordando che la Croce rossa gode della più assoluta autonomia. Il commissario corre a snocciolare «distinguo» avventurandosi in tardive precisazioni, ovviamente a mezzo stampa.
I suoi detrattori ricordano come Scelli non sia nuovo a sortite infelici, contestate, a volte contraddittorie. Come nel caso del suo effettivo «ruolo» ricoperto nelle trattative sui sequestri. Successivamente al rapimento dei quattro bodyguard il Sismi inizia a lavorare con gli americani ma s’innervosisce per l’intrusione di Scelli. Il 19 aprile 2004, a Radio radicale, il capo della Cri nega di essere coinvolto: «Noi non trattiamo ovviamente sugli ostaggi ma possiamo e dobbiamo essere l’elemento in più nelle mani di chi sta trattando, per conto del governo e delle istituzioni italiane, la liberazione degli ostaggi». Sprizza ottimismo con i suoi collaboratori. L’indomani al Tg3: «Ogni ora che passa l’ottimismo serpeggia sempre di più. Ricordo a tutti che la Cri non ha mai avuto una posizione precisa nella trattativa». Da Roma-Ciampino, infatti, la Croce rossa fa alzare un Boeing 737 con equipaggio khirgiso carico di giornalisti: ai passeggeri con taccuino la liberazione viene data per certa. A Bagdad la conferenza stampa è pronta. Scelli è raggiante: «Cogliamo un umore positivo». Il 21 aprile stesso, purtroppo, la trattativa si interrompe. I giornalisti reimbarcati per l’Italia evitano di infierire. Tempo qualche giorno e a maggio recupera il cadavere di Quattrocchi, «e questo ci dà molta speranza». Il 5 giugno bacchetta chi dà false speranze: «Invito tutti al massimo silenzio, troppe persone si dichiarano ottimiste alimentando attese e speranze». L’8 giugno un blitz degli americani - che Scelli voleva tenere fuori - libera i tre italiani. Il commissario fa buon viso a cattivo gioco. Smette di rivendicare un suo ruolo nelle trattative: «Non importa chi ha portato a casa i ragazzi, è il risultato che conta. La Cri non poteva occuparsi degli ostaggi, non era nostro compito». Sarà, perché intanto trova il tempo di litigare con Gino Strada di Emergency sul pagamento del riscatto (di cui lui non avrebbe dovuto sapere nulla se era estraneo alle trattative). Si arriva al primo luglio quando L’Espresso pubblica il suo diario sui giorni della disfatta: «L’ambasciata è ferma. Il governo è fermo. Lo sono anche i servizi segreti (...) gli ulema mi contattano, mi dicono dove potrò trovare gli ostaggi». Sembra fatta grazie alla Cri. Poi il silenzio. E la doccia fredda. «L’8 giugno - racconta al settimanale - suona il cellulare. È un giornalista Rai: “Gli ostaggi sono stati liberati. Dove li avete portati?”... Io non so nulla». Il commento è amaro: «La vittoria del governo italiano e degli americani contraddice l’obiettivo perseguito per 60 giorni. Capisco la democrazia e le strategie planetarie, ma se Bush e Berlusconi passeggiassero al Medical City, a guardare i visi dei bimbi ustionati capirebbero che i popoli diventano migliori aiutandoli a costruire scuole e ospedali». Palazzo Chigi legge, s’interroga ma soprassiede.
Ma c’è di più. Nel caso di Baldoni il 22 agosto 2004 Scelli esce allo scoperto. Ammette «che il momento è difficile», il 24 si dice «fiducioso», poi al Tg4 si augura che nessuno parli più. Il 26, in visita al santuario di San Gabriele a Teramo, torna a parlare: «Sono ottimista, credo che anche Enzo possa tornare a casa come gli altri tre connazionali». Le ultime parole fumose. L’indomani Baldoni muore. «Quello che mi amareggia è che qualcuno possa contestare quel mio ottimismo di ieri traducendolo in superficialità...».