Dai calciatori viziati ai presidenti arroganti Tutti perdono la faccia

di Giuseppe De Bellis

Fischiate già la fine. Siamo al Novantesimo minuto del buonsenso: non c’è recupero e non c’è speranza. Il calcio italiano ha perso la faccia: giocatori, presidenti, Federazione, non si salva nessuno, non può avere ragione nessuno. Non ce l’hanno i calciatori viziati, non ce l’hanno i club arroganti e non ce l’ha la federazione inesistente. La Figc avrebbe dovuto mediare, cercare una soluzione, sistemare tutto e far giocare questa benedetta prima giornata di campionato: bene, ha avuto la capacità di formulare la più insensata delle proposte. Quella di creare un fondo di 20 milioni dal quale le società possono prendere i soldi per pagare il contributo di solidarietà della manovra economica del governo. Ma perché? Come se la cassa dei notai usasse i suoi fondi per versare il contributo dei suoi iscritti. Una follia che rivela lo scarso potere politico, diplomatico e persuasivo che ha la Figc: l’unica arma di pressione sono i suoi soldi, alla faccia dell’istituzione, del prestigio, del potere che dovrebbe rappresentare nel suo ambiente.
La Lega di serie A ha rifiutato l’offerta. Parla di principi, di valori, di regole. Balle, ovvio. Perché fa parte pienamente di questo mondo che sta perdendo la faccia. Come si fa a rimangiarsi gli accordi siglati qualche mese fa coi calciatori? Come si fa a mettere nero su bianco che i giocatori debbano pagarsi il contributo di solidarietà da soli? L’avrebbero dovuto dare per scontato, invece hanno giocato a fare i duri: mettiamolo, così nessuno potrà fare il furbo. La verità è che la furbizia era della Lega stessa: evidentemente ci sono alcuni contratti singoli con i calciatori che sono stati firmati con cifre al netto delle tasse. Così esiste il rischio che in quei casi siano i club a dover pagare. Allora meglio parare in anticipo, hanno pensato. Meglio evitare guai. Meglio, soprattutto, far passare i calciatori per egoisti e viziati. I calciatori sono entrambe le cose e anche stavolta non hanno perso occasione per dimostrarlo. Perdono la faccia con tutti gli altri. La perdono perché quello che propongono non è uno sciopero, ma un atto dimostrativo: non si gioca la prima giornata di campionato, ma la seconda sì. Scusate: qual è il senso? È un simbolo, è una forma di protesta mediatica e non reale. Come i pacifisti che all’epoca della guerra in Irak giravano per le strade con la bandiera della pace. Allora simbolismo per simbolismo avrebbero potuto trovare un’altra forma di dissenso: una fascia al braccio, i capelli tinti di fucsia, il girotondo attorno al campo un minuto prima dell’inizio della partita. Qualunque cosa, ma non questo sciopero che li farà passare per una casta di privilegiati più di quanto già siano, che farà indignare i tifosi, che farà allontanare la gente da un mondo che non è più un’attrazione per molti motivi. Sono caduti nel tranello della Lega che, rilanciando sul contributo di solidarietà, ha fatto passare il concetto più elementare e dal suo punto di vista vincente: i calciatori non vogliono pagare perché si sentono al di sopra del resto del Paese. Il tempismo di questo presunto sciopero fa il resto: le gente non capirebbe neanche una protesta giusta, figurarsi una che è giusta nel merito solo fino a un certo punto. Perché anche sulla questione dei fuori rosa, i calciatori hanno ragione a metà: è incredibile e anche ingiusto che i club vogliano mettere fuori squadra chi non accetta rinnovi contrattuali. Non firmi? Io non ti faccio allenare col gruppo come strumento di pressione per evitare la classica fregatura del presidente moderno: comprare uno, spendere dei soldi, strapagarlo e poi vedere che a scadenza di contratto se ne va a parametro zero. Però allo stesso tempo, è folle da parte dei giocatori pensare che un club debba far allenare 35 giocatori tutti insieme, anche se alcuni, anzi molti, non giocheranno mai. La società li paga, ma poi ha il diritto di non farli scendere in campo, come qualunque altro datore di lavoro ha il diritto di usare come meglio crede la professionalità di un suo dipendente.
Il problema è che qui di principi non ce ne sono. Ognuno pensa solo al suo (legittimo) interesse. Solo che tutti invece di guadagnarci, fanno solo la figura dei pezzenti, ipocriti, buffoni. Riescono nell’incredibile risultato di avere tutti torto. Perdono credibilità, ammesso che ne abbiano ancora un pezzetto. E potrebbero perdere anche dei soldi: Sky, Mediaset e Rai potrebbero fare causa e chiedere risarcimenti. Le tv tengono in piedi il carrozzone: se non si gioca, non pagano. Se non pagano ci rimettono calciatori, presidenti, Lega e Federazione. Lo facciano, le tv. Così avremo l’accordo e si giocherà. Così avremo il nostro calcio, quello che ci siamo meritati dopo tre mesi di digiuno.